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1 ****** 0-00.0 1 0 TITOLO
c-1-b Edizione : LE CIVETTE DI VENEXIA

Titolo : LE SOCIETA' MATRIARCALI

Sottotitolo : STUDI SULLE CULTURE INDIGENE DEL MONDO

Autrice : HEIDE GOETTNER-ABENDROTH

7 ****** 0-00.2 7 0 UNA PAROLA SUL MATRIARCATO
c-7-b Le società matriarcali non dovrebbero assolutamente essere considerate immagini speculari di quelle patriarcali con donne che dominano al posto degli uomini perché le donne non hanno mai avuto bisogno delle loro strutture gerarchiche. Il dominio patriarcale - una minoranza che emerge dalle guerre di conquista e si sostituisce a un'intera cultura - deriva il suo potere da strutture inpositive, proprietà privata, dominio coloniale e conversione religiosa. Queste strutture di potere patriarcale rappresentano uno sviluppo storicamente recente, dato che non sono comparse che intorno al 4000-3000 a.C. (e in molte parti del mondo anche più tardi), rafforzandosi con la diffusione successiva del patriarcato.

c-8-b Infatti la parola greca "ARCHè" non significa solo "DOMINIO", ma anche "INIZIO", il significato più antico della parola. I due concetti sono distinti e non possono essere confusi. Anche in italiano sono chiaramente diversi: non tradurreste mai "ARCHETIPO" con "TIPO-DOMINATORE" e non capireste cosa significa "ARCHEOLOGIA" se fosse tradotto "STUDIO DEL DOMINIO".Chi crede nel mito del patriarcato universale presenta questa forma di società, relativamente recente, come se fosse esistita in tutto il mondo fin dall'inizio della storia umana. Centinaia di falsità di questo tipo sono state propagate da teorici di orientamento patriarcale. Per prima cosa, non sono capaci di vedere il matriarcato se non attraverso le lenti del modello dominatore. Partendo da questo equivoco cercano in lungo e in largo la testimonianza di un matriarcato fondato sulla dominazione; poi non trovando nessuna testimonianza di una cultura conforme alla loro ipotesi patriarcale di un dominio delle donne, procedono asserendo che i matriarcati non esistono e non sono mai esistiti. Inventano una cultura fantasma e poi vanno alla ricerca di un suo esempio, e poiché non riescono a trovarlo, proclamano compiaciuti che si trattava proprio di una chimera. Questo ragionamento circolare non solo è illogico, ma è anche un vergognoso spreco di scienza.

Basato sul più antico significato di "ARCHè", matriarcato vuol dire "ALL'INIZIO LE MADRI" alludendo con ciò sia al dato biologico che le donne generano l'inizio della vita tramite il parto, sia al dato culturale che l'inizio della civiltà è stata creata da loro. Anche patriarcato potrebbe essere tradotto come "DOMINIO DEI PADRI" o "ALL'INIZO I PADRI". Ma questa pretestuosità porta alla dominazione dei padri, perché, mancando qualsiasi diritto naturale per rivendicare un ruolo all'"INIZIO", sono stati obbligati fin dalle origini del patriarcato a enfatizzarlo e poi a imporlo con la dominazione. Al contrario, proprio in virtù del fatto che danno origine al gruppo, alla generazione futura e perciò alla società, le madri SONO chiaramente l'inizio; nel matriarcato non hanno bisogno di imporre il loro ruolo con la dominazione.

9 ****** 0-00.3 9 0 INTRODUZIONE GENERALE: FILOSOFIA E METODOLOGIA DEGLI STUDI MATRIARCALI MODERNI
c-9-b Dopo aver abbozzato una struttura teoretica per gli Studi Matriarcali moderni, ho sviluppato la loro filosofia e metodologia in rapporto alla mia ricerca orientata alla pratica sulle società matriarcali. È un processo reciproco, il che significa che le nuove visioni generate dalla mia ricerca potevano emergere solo alla luce di una teoria che, senza la ricerca, sarebbe rimasta vuota e sterile.

Questo libro costituisce un elemento importante nel processo di sviluppo della teoria delle società matriarcali. Passo dopo passo porta esempi forniti dalla mia ricerca orientata alla pratica all'interno della struttura programmatica messa a disposizione dalla filosofia e dalla metodologia degli Studi Matriarcali moderni.

c-10-b Mentre studiavo filosofia antica e moderna e preparavo la mia tesi di laurea nel campo della teoria della scienza, continuavo a chiedermi se tutto questo avesse qualcosa a che fare con me in quanto donna. Qualsiasi sistema filosofico era riferito all'uomo e nonostante questo termine includesse presumibilmente le donne, era chiaro che si rivolgeva di fatto solo alla metà maschile dell'umanità: l'uomo era la norma, lo "STANDARD" dell'essere umano. La metà femminile dell'umanità non esisteva in questi sistemi filosofici; "L'ESSERE UMANO" e l'"UOMO" erano intercambiabili nella visione del mondo e nella lingua euroccidentale. Mi sentivo un'aliena e soffrivo per la strisciante perdita della mia identità di donna. Desiderosa di scoprire un mondo e un modo di pensare che mi includesse come donna, fui stupita di trovarlo nell'epoca storica che ha preceduto la civiltà europea greca e romana, epoca che non era stata influenzata dal patriarcato. È stato quello l'inizio della mia ricerca sulle società matriarcali. Partendo dal mio background culturale ho cominciato ad analizzare i modelli sociali e mitologici delle culture prepatriarcali europee, mediterranee e mediorientali. La ricerca non ufficiale integrata a quella dei corsi obbligatori di studio mi ha aiutato a sopravvivere mentalmente e spiritualmente alla soffocante istituzione universitaria.

Dopo aver insegnato per dieci anni filosofia moderna all'Università mi trovavo a un bivio: avrei continuato a servire la filosofia patriarcale o mi sarei dedicata completamente agli Studi Matriarcali, un campo socialmente e politicamente così importante e tuttavia ignorato dall'università? Mi fu chiaro come procedere non appena cominciai a partecipare attivamente ai nuovi movimenti delle donne e ai Women's Studies, che mi fornivano una piattaforma da cui mostrare e divulgare la nuova ricerca sul matriarcato. A quel punto mi ritirai dalla carriera universitaria, lasciai l'istituzione e fondai l'"ACCADEMIA INTERNAZIONALE HAGIA PER GLI STUDI MATRIARCALI MODERNI". Fino a quel momento avevo fatto ricerca e insegnato come studiosa indipendente nel contesto del femminismo e di altri movimenti alternativi. Per me questo significava avere l'opportunità di essere il più libera possibile dall'interiorizzazione dell'ideologia patriarcale con cui la filosofia e le scienze socio-culturali dell'Europa e dell'Occidente indottrinano gli studenti, e con loro tutti gli altri. Naturalmente da quel momento sono stata ripetutamente discriminata e apertamente criticata dall'establishment scientifico e dal pubblico in generale.

c-11-b All'inizio lo sviluppo degli studi matriarcali moderni ha richiesto un'analisi critica del patriarcato radicale, visto che in questo sistema le donne sono sempre delle aliene, sempre invisibili e inascoltate; le donne sono sempre l'"ALTRO". Anche se viene generalmente chiamato "SESSISMO", si tratta in realtà di "COLONIALISMO INTERNO", rivolto cioè all'interno della società stessa; nei patriarcati significa sfruttamento delle donne in generale, ma anche della maggior parte degli uomini, per quanto lo sfruttamento dei due generi sia per molti aspetti diverso.

In cerca di una visione del mondo e di una cultura basata sulle donne nell'Europa prepatriarcale, i miei studi si sono presto trovati di fronte a una barriera insormontabile: le antiche culture matriarcali dell'Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente sono state distrutte da tempo. Restano solo frammenti, distorti da spessi strati di interpretazioni storicamente recente; queste tracce non sono sufficienti a offrire un quadro esaustivo delle società matriarcali e non potevano essere di ulteriore aiuto alle mie indagini focalizzate su come la gente vive e si comporta, fa festa e politica nelle società matriarcali. Non volendo correre il rischio di sostituire la fantasia alla scienza, ho dovuto lasciare i confini dell'Europa.

Per decidere dove indirizzarmi per continuare i miei studi mi sono confrontata con la ricerca antropologica sull'argomento. Nei confronti delle culture matriarcali ho trovato però lo stesso pregiudizio, la stessa frammentazione e distorsione che avevo incontrato nella ricerca storica. Conoscevo troppo bene le loro fonti - cioè la tradizione filosofica euroccidentale - e questo mi ha portata ad ampliare la mia critica dell'ideologia patriarcale, rivolgendola ora al "COLONIALISMO ESTERNO", rivolto cioè all'esterno della società: quella mescolanza oppressiva di imperialismo, razzismo e sessismo che ha fatto dei popoli indigeni di tutti i continenti "GLI ALTRI" non visti e non ascoltati.

c-12-b Per le popolazioni matriarcali l'alienazione era persino peggiore. Così come nella filosofia occidentale non esiste la metà femminile dell'umanità, in quello dell'ideologia non esistono società e culture organizzate in matriarcati, non sono mai esistite. Ciononostante, grazie al metodo della critica dell'ideologia patriarcale che nel frattempo avevo sviluppato, ho trovato numerose testimonianze di società matriarcali. Poco per volta ha cominciato a delinearsi una prospettiva completamente differente della società e della storia: "IL PARADIGMA DEL PATRIARCATO".

c-13-b L'analisi critica e gli studi interculturali mi hanno permesso di produrre gradualmente una descrizione strutturale più completa delle società matriarcali. Il mio percorso intellettuale e spirituale mi ha portato a riconoscere le mie vere maestre: le società e le culture matriarcali che ancora esistono nei vari continenti. Le fonti da cui ho attinto non sono solo quelle occidentali (che devono essere lette alla luce della critica dell'ideologia patriarcale), ma ho anche compiuto un viaggio di ricerca nel sud-ovest della Cina presso il popolo matriarcale dei Moso. La visita, effettuate insieme a un gruppo di assistenti, era in risposta a un invito da parte loro senza il quale non mi sarei mai presentata, non volendo aggiungere i miei interessi personali ai tanti problemi politici che i popoli indigeni di quella zona stavano già affrontando. Sono stati in Moso a chiedermi specificamente di scrivere su di loro, ritenendo ogni pubblicazione seria e di larghe vedute un mattone in più nella costruzione della lotta per il riconoscimento della loro cultura nella Cina di oggi. L'incontro con i Moso e i contatti con altri rappresentanti delle culture matriarcali avvenuti nel corso di altri viaggi, anche nel mondo occidentale, mi hanno permesso di allargare le conoscenze, cambiando profondamente il mio modo di pensare; e un po' alla volta, il nuovo immaginario ha cambiato anche la mia vita.

c-14-b Fortunatamente oggi sempre più studiosi nativi analizzano le loro società e avanzano motivate critiche al modo frammentario e degradante con cui la scienza patriarcale e coloniale si rapporta alle loro culture; è anche un modo di mettere il loro sapere al servizio delle lotte per l'autodeterminazione, la promozione e la tutela dei loro diritti in quanto popoli.

c-16-b Nella misura in cui gli uomini riconoscono che la loro non è solo una lotta contro le strutture capitaliste o colonialiste, ma anche contro le antiche e recenti forme del patriarcato, si determinano significative "INTERSEZIONI TRA I MOVIMENTI ALTERNATIVI DEGLI UOMINI E GLI STUDI MATRIARCALI MODERNI". Se invece gli uomini impegnati nella lotta per l'alternativa non riusciranno a riconoscerlo, tralasceranno un importante aspetto della libertà senza coglierne l'importanza, portando al fallimento la loro lotta per la questione del genere come spesso è successo. Al contrario, se qualsiasi tipo di colonialismo fosse riconosciuto come patriarcato coloniale, il capitalismo come patriarcato capitalista, e la globalizzazione capitalista come patriarcato globalizzato, la lotta sarebbe allora molto più efficace sul piano storico e sociale e potrebbe posizionarsi al fianco nelle lotte femministe per l'autodeterminazione. Gli Studi Matriarcali moderni potrebbero allora essere visti per quello che sono: una forma di ricerca socio culturale critica e di liberazione delle donne, non solo per le donne ma per tutti.

La colonizzazione patriarcale dei popoli indigeni ha dunque ignorato e reso invisibile l'importanza delle donne in generale; ciò ha avuto e ha tutt'ora effetti disastrosi, specialmente nel caso delle società matriarcali indigene.

c-17-b La crisi è ancor più pesante per quelle popolazioni indigene che hanno un'organizzazione matriarcale e che spesso considerano la loro società una struttura composta dall'intreccio delle loro diverse tradizioni, con un proprio nome locale. Queste culture, che oggi corrono il rischio di scomparire, potrebbero trarre vantaggio dalla consapevolezza dei modelli matriarcali che le vedono così straordinaria, e connettersi alle altre culture matriarcali del mondo, del passato e del presente. Esse rappresentano un grande valore per il mondo patriarcale odierno.

Gli "STUDI DEI RICERCATORI INDIGENI" sulle loro società sono in questo contesto della massima importanza; le loro indagini "SI INTERSECANO IN MODO SIGNIFICATIVO CON GLI STUDI MATRIARCALI MODERNI". Capire la struttura profonda delle società matriarcali può far risaltare come questa straordinaria forma sociale sia ancora presente in ogni continente e abbia una lunga storia, molto più lunga di quella patriarcale. Lungi dal rappresentare i casi isolati, "ESOTICI", questo tipo di società un tempo era la regola generale. Riscoprirne la storia servirebbe gettare nuova luce sulle tradizioni delle diverse società matriarcali; in questo modo potrebbero apparire più simili le une alle altre di quanto sia sembrato finora. Ne uscirebbero rafforzate nella consapevolezza del loro valore e della loro identità culturale oltre che nell'impegno a costruire dei network mondiali.

Queste molteplici intersezioni mostrano i diversi modi in cui possono essere utilizzati gli Studi Matriarcali moderni. Essi costituiscono un processo di ricerca critica e di liberazione che ha un serio potenziale educativo e curativo. Hanno inoltre la prerogativa di poter fornire alle femministe agli uomini "ALTERNATIVI" delle società occidentali, e con loro i popoli indigeni di ogni continente, l'impoteramento necessario per impegnarsi in efficaci alleanze politiche contro il dominio locale e globale del patriarcato.

c-18-b Lunghi anni di lavoro propedeutico mi hanno permesso di dotare gli Studi Matriarcali moderni di una solida base che poggia su principi scientifici e che consente lo sviluppo di una nuova scienza socio-culturale

c-20-b In breve, questa definizione strutturale afferma che le società matriarcali: . a livello economico sono società che creano un'economia bilanciata; le donne distribuiscono i beni e ricercano sempre la mutualità economica; una tale economia ha caratteristiche in comune con l'"ECONOMIA DEL DONO". Le ho perciò definite "SOCIETà DI MUTUALITà ECONOMICA BASATE SULLA CIRCOLAZIONE DEL DONI"; . a livello sociale si basano sulla discendenza matrilineare, le cui caratteristiche sono la matrilinearità e la matrilocalità all'interno di un contesto di uguaglianza di genere. Le ho per ciò definite "SOCIETà ORIZZONTALI, NON GERARCHICHE, DI DISCENDENZA MATRILINEARE"; . a livello politico si basano sul consenso. La casa del clan è il nodo di connessione del processo decisionale, sia a livello locale che regionale, ed è (spesso) rappresentata all'esterno da un delegato maschio; la politica rigorosa dei processi di consenso produce non solo uguaglianza di genere, ma uguaglianza nell'intera società. Le ho definire perciò "SOCIETà EGUALITARIE DI CONSENSO"; . a livello religioso e culturale sono caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita; tutto il mondo è considerato divino e ha origine nel divino femminile, e ciò dà vita a una cultura sacre. Le ho perciò definite "SOCIETà E CULTURE SACRE DEL DIVINO"

c-25-b Una definizione esplicita e sistematica e una metodologia appropriata per gli Studi Matriarcali moderni non esistevano ancora nel 1978, anno in cui ho iniziato ad approntarle. Fin dall'inizio ho spiegato che la metodologia avrebbe dovuto fondarsi sul doppio binario del l'interdisciplinarietà e della critica radicale dell'ideologia patriarcale.

c-30-b L'ambito del paradigma matriarcale è molto vasto. Comprende non solo tutto quello che si conosce della storia e – specialmente con la sua critica dell'ideologia patriarcale – delle varie forme di società oggi esistenti, ma tocca anche il contenuto di tutte le scienze culturali e sociali. Tutto questo è già stato presentato in diversi miei articoli, e quì viene ancora una volta sottolineato.

Il primo passo verso lo sviluppo del paradigma del matriarcato, o teoria delle società matriarcali, deve presentare una rivisitazione critica della visione di insieme della precedente ricerca sul matriarcato. Se si segue il corso svolto finora da questa ricerca, l'assenza di una chiara e completa definizione di "MATRIARCATO" diventa evidente. Inoltre, la maggior parte dei primi scritti sul matriarcato e di quelli contemporanei è piena di ideologia patriarcale.

Il secondo passo deve formulare una completa definizione strutturale di matriarcato. Per ottenerla, nell'ordinamento sistematico delle discipline l'antropologia occupa il primo posto, perciò nel mio libro inizio da quella. Il motivo è che la storia delle culture non è in grado di per sé di produrre una definizione completa di matriarcato perché si occupa solo delle tracce e dei frammenti delle prime società, e non è sufficiente per offrire un quadro complessivo. Pur essendo indiscutibilmente numerosi e anche assai importanti, questi frammenti possono darci solo informazioni approssimative. La sola ricerca storica non può mostrare come pensavano o sentivano i popoli matriarcali, ....

c-31-b .... o come si organizzavano socialmente e politicamente, né com'era organizzata la loro società nell'insieme.

Nel terzo passo la definizione strutturale di matriarcato può essere utilizzata come strumento scientifico per una rivisitazione della storia culturale del genere umano. Questa storia si colloca all'indietro ben oltre i cinque o seimila anni del patriarcato. Durante il periodo più lungo della storia sono sorte le culture non patriarcali, nelle quali le donne hanno creato le istituzioni, le pratiche e le strutture che costituiscono la civiltà; le donne rappresentavano il centro della società e integravano tutti gli altri membri. Le società matriarcali ancora esistenti ne sono l'esempio più recente. Un così vasto compito non può essere ovviamente portato a termine senza una completa definizione strutturale di matriarcato: è l'unica difesa contro le proiezioni anacronistiche e fantasiose ancora oggi così diffuse su questo argomento. Senza le distorsioni apportate dal pregiudizio patriarcale è possibile sviluppare una nuova interpretazione della storia umana.

Nel quarto passo può essere risolto il problema della nascita del patriarcato. Bisogna rispondere a due importanti domande: prima di tutto, come hanno potuto svilupparsi i modelli patriarcali, e come hanno potuto diffondersi in tutto il mondo? La risposta a quest'ultima questione non è per niente ovvia e, a mio parere, a nessuna delle due domande è stata data ancora una risposta adeguata. Per spiegare lo sviluppo del patriarcato dobbiamo avere innanzitutto una precisa conoscenza della forma sociale che esisteva prima, e cioè il matriarcato. In secondo luogo, una teoria dell'origine del patriarcato e del suo sviluppo deve spiegare come e perché i modelli patriarcali sono emersi in luoghi e continenti diversi, in condizioni e tempi differenti. Le risposte saranno molto diverse a seconda delle diverse zone del mondo.

Nel quinto passo è necessario sviluppare un'analisi approfondita della Storia del patriarcato. Questa storia è stata registrata finora come una storia di dominio, una storia vista dall'alto, dalla prospettiva dei dominatori. Esiste però anche una prospettiva dal basso, completamente diversa. È la storia delle donne, delle classi più basse, dei popoli indigeni: la storia delle subculture e delle culture marginali. L'esistenza di questa storia dimostra che il patriarcato non è riuscito a distruggere su tutti i continenti le antiche e durevoli tradizioni ....

c-32-b .... matriarcali. In ultima analisi, il patriarcato vive da parassita su queste tradizioni. Possiamo però riconoscerlo solo attraverso l'aiuto di una definizione strutturale di matriarcato. Se attraverso la storia del patriarcato riusciremo a risalirne le tracce e a connetterle, otterremo nientemeno che la riconquista della nostra eredità.

La teoria delle società matriarcali mostra dunque il campo del paradigma matriarcale e degli Studi Matriarcali moderni. In questa struttura sono state incluse, e continueranno a esserlo in futuro, le ricerche in corso più importanti. In questo modo, spero che generazioni di ricercatori possano lavorare in maniera creativa con il paradigma del matriarcato per tutto il tempo necessario, affinché questa nuova visione del mondo entri a far parte della coscienza pubblica.

Questo, libro in un certo senso, inaugura la teoria paradigmatica delle società matriarcali, o paradigma del matriarcato.

c-33-b Lo sviluppo della ricerca è inoltre indebolito dalla mancanza di una chiara metodologia, e questo è anche il motivo per cui non esiste, nonostante la ricchezza del materiale, una descrizione esaustiva del matriarcato come forma sociale.

c-36-b Evito generalmente di utilizzare il termine "STATO", perché dall'inizio della storia scritta fino a oggi, è stato inteso come un'istituzione gerarchica di dominio. In questo senso le società matriarcali non hanno mai formato stati; erano libere sia dallo stato che dal dominio. "STATO MATRIARCALE" è perciò, in qualche modo, una definizione autocontradditoria.

c-36-b La complessità di queste ampie forme sociali matriarcali è persino più vasta e impressionante di quella degli stati patriarcali; lì la pressione gerarchica dall'alto ha il controllo su tutto e su tutti mentre qui la base della forma sociale è costituita dall'uguaglianza di tutti i membri. Sia per questo aspetto che per le loro politiche fondamentalmente orientate alla pace, le società matriarcali possono essere prese da valido modello per le società future, le società ugualitarie pacifiche del dopo-patriarcato.

39 ****** 0-01.0 39 0 CAPITOLO 1 - STORIA CRITICA DEL PENSIERO SUL MATRIARCATO
c-39-b
91 ****** 0-01.8.1 91 0 La politica degli Studi Matriarcali moderni oggi
c-91-b Grazie all'iniziativa e al supporto dell'Accademia Internazionale Hagia, nel 2003 e nel 2005 si sono tenuti sotto la mia direzione due Convegni Mondiali sugli Studi Matriarcali, che per la prima volta hanno dato visibilità a questa nuova scienza socio-culturale in tutta la sua ampiezza e varietà, presentandola a un pubblico internazionale. Questi convegni sono stati eventi unici nel loro genere e hanno dato la misura della portata storica degli Studi Matriarcali moderni.

Il Primo Convegno Mondiale sugli Studi Matriarcali era intitolato "Societies in Balance" e si è tenuto nel Lussemburgo nel 2003, soprattutto grazie all'appoggio del Ministro per la Famiglia e le Donne di quel paese, Marie-Josée Jacobs. Il convegno è stato un evento pionieristico che ha riunito per la prima volta Studiosi provenienti dall'Europa, dagli Stati Uniti e dalla Cina che fino a quel momento avevano lavorato sul tema in un relativo isolamento. I loro interventi, altamente qualificati, hanno coperto un ampio spettro teorico e politico degli Studi Matriarcali moderni sulle società matriarcali ancora esistenti negli Stati Uniti, in Africa e in Asia, e degli studi sulla storia e il simbolismo delle culture matriarcali del passato. Nel corso dei loro incontri hanno dato vita a una "comunità scientifica" globale, alternativa, che si occupa del tema del matriarcato. Nel 2006 sono stati pubblicati in tedesco gli atti di questo primo convegno mondiale.

Il Secondo Convegno Mondiale sugli Studi Matriarcali, "Societes of Peace", si è tenuto presso l'Università di Stato del Texas, a San Marcos. È stato generosamente finanziato da Genevieve Vaughan, fondatrice e direttrice del "Centro per lo Studio dell'Economia del Dono"

c-92-b a Austin, in Texas, che con il suo lavoro ha saputo cogliere la relazione tra gli Studi Matriarcali moderni e 1a sua teoria dell'economia del dono. Questo convegno ha significato un ulteriore e fondamentale tappa per gli Studi Matriarcali moderni, andando oltre i risultati raggiunti con il primo convegno: questa volta ha riunito antropologi indigeni di tutte le società matriarcali del mondo ancora esistenti. Sono arrivati dall'America centrale, settentrionale e meridionale, dall'Africa occidentale e da quella del Sud e del Nord, da paesi dell'Asia come la Cina, l'Indonesia (Sumatra) e l'India, facendo di questo secondo convegno mondiale un evento culturale di grande impatto. Le ricercatrici e i ricercatori indigeni non hanno discusso solo dei modelli matriarcali che si sono mantenuti vivi fino a oggi nelle loro culture, ma anche dei problemi politici e sociali dovuti alla colonizzazione e alla missionarizzazione. In questo modo hanno fornito una rilettura della prospettiva distorta che spesso caratterizza le ricerche degli studiosi non indigeni, e hanno illustrato al pubblico l'ordine sociale non violento delle loro varie culture matriarcali, dove è stata raggiunta un'uguaglianza reciproca, indipendentemente dal genere e dall'età, e dove vige un rispetto per tutti gli esseri viventi.

Entrambi i congressi sono stati documentati nel libro uscito in lingua inglese nel 2009 "Society of Peace: Past, Present and Future".

In questi congressi è stata brillantemente presentata l'eccellenza del contributo creativo delle donne allo sviluppo della cultura umana di tutto il mondo, dando visibilità a una forma di società egualitaria e ai suoi modelli concreti, costruiti dalle donne sia nelle società del passato che nelle singole culture matriarcali tuttora esistenti. Le conseguenze e le ripercussioni di questi straordinari eventi non sono al momento ancora visibili, ma il successo ottenuto dai due congressi fa sperare in un ulteriore ed eccellente sviluppo degli Studi Matriarcali moderni come nuovo paradigma socio-culturale.

c-93-b In questi studi c'è comunque un aspetto che supera per importanza tutti gli altri, ed è l'insegnamento che offrono le società mariarcali, dalle quali possiamo trarre soluzioni per i problemi sociali di oggi e il coraggio per fare i passi politici necessari a stimolare il processo di trasformazione della società patriarcale in una società umana. Alla luce della profonda crisi ecologica, economica e politica che oggi stiamo affrontando, questa è un'assoluta necessità.

97 ****** 1-02.0 97 0 CAPITOLO 2 IL MATRIARCATO DELL'INDIA NORDORIENTALE
c-97-b
99 ****** 1-02.1 99 0 I Khasi: il paese e il popolo
c-99-b Le donne khasi indossano, come vuole la tradizione, lunghi abiti colorati; per le danze, durante le feste, si vestono come regine con splendidi abiti e corone in filigrana d'oro e d'argento. Vengono descritte alte e muscolose come gli uomini e riescono a portare ai mercati carichi così pesanti che nessun uomo indù delle pianure sarebbe in grado di sollevare. Lo stesso si racconta delle donne tibetane, che possono caricare pesi inimmaginabili bilanciati su lunghe aste appoggiate sulle spalle; le donne khasi mettono invece le cose pesanti in ceste coniche, che si legano addosso con una cinghia, portandole su per alti passi e attraverso fiumi tumultuosi, trasportando contemporaneamente un bambino sul dorso. Gli europei, anche senza trasportare nulla, uscirebbero esausti dal viaggio che le donne khasi e tibetane intraprendono ogni giorno senza neanche sembrare stanche. Le donne, presso questi popoli, non sono considerate deboli, ma forti quanto o anche più degli uomini.

100 ****** 1-02.2 100 0 La struttura sociale
c-100-b La struttura sociale dei Khasi ha attirato l'attenzione di diversi studiosi. È organizzata in grandi clan e la persona più ....

c-101-b Nella casa del clan non si avvale di un esecutivo (non ci sono polizia né esercito) per trasformare i suoi suggerimenti in ordini.

c-102-b Presso i Khasi è la figlia minore, ka khatduh, che rileva l'intero patrimonio ancestrale, come pure la resposabilità materiale e spirituale verso il "KUR", o clan: vige principio di "ULTIMOGENITURA". Ha l'appoggio dello zio materno più anziano che basandosi sul consenso di tutti i membri manda avanti la gestione e le attività pratiche legate alla proprietà del clan. La ka khatduh, dal momento in cui diventa la nuova capa e sacerdotessa del clan (dei sottoclan e del lignaggio), inizia ad assolvere i suoi compiti. Utilizzando le risorse del clan, per prima cosa si occupa della cremazione e dei riti funerari della propria madre onorata, di cui si è presa cura con devozione fino alla fine. I riti funerari, nella cultura khasi tradizionale, si svolgono in tre fasi in un arco di tempo di parecchi anni: interramento dei resti nell'ossario del lignaggio, poi in quello del sottoclan e, successivamente, nell'ossario comune del clan. I parenti che vivono distanti sono invitati a ognuna di queste occasioni.

La posizione della ka khatduh è solo apparentemente di privilegio. Comporta una grande responsabilità, dato che deve occuparsi della madre anziana fino al momento della morte, e di tutti i membri del clan ogni volta che si trovano in situazioni difficili. Questo onere è ancora più pesante se non appartiene a una famiglia (e questo non è un prerequisito), cosicché è spesso costretta a cercare aiuto presso parenti lontani. Queste responsabilità richiedono inoltre una presenza costante nella casa del clan, perciò la sua libertà personale e la possibilità di muoversi sono molto limitate.

c-103-b Le famiglie dei Khasi però crescono lentamente, dato che il loro sviluppo è tenuto sotto controllo per mantenere una relativa stabilità della popolazione.

c-104-b Presso i Garo, tribù vicina ai Khasi, vige l'usanza del corteggiamento delle donne; questo non significa che il ragazzo corteggia la ragazza, ma che è lei a corteggiare lui. Per le donne garo il corteggiamento assume forme inusuali: la ragazza fa in modo che il giovane su cui ha posato gli occhi, e che magari è all'oscuro delle sue nntenzioni, venga rapito dai suoi fratelli. Con le mani e i piedi legati, viene consegnato al suo villaggio e tenuto lì per qualche tempo nella casa degli uomini, quindi viene presentato alla ragazza, che riccamente ingioiellata lo accoglie in casa. Questa usanza prevede che egli possa fuggire tre volte. Se ricatturato, viene picchiato dai fratelli e riportato al villaggio della donna. Dopo la terza volta che lo riacciuffano, di solito accetta la volontà della giovane, ma se fugge una quarta volta, la scelta viene invalidata e la questione è chiusa.

Per i Khasi-Pnar il divorzio è informale come il matrimonio. Basta che uno degli sposi accenni a un "NON MI PIACI PIù" e i partner si separano. Lei rimane nella propria casa o in quella della madre, e lui ritorna in quella di sua madre. Ne consegue che alcune donne khasi finiscono per avere nella loro vita un certo numero di mariti. Molti studiosi parlano di "MONOGAMIA" a proposito dei Khasi, perché i partner solitamente si impegnano in una relazione alla volta. Ma questa facilità nel cambiar partner non può essere definita "MONOGAMIA" nel senso usuale del termine. Per le donne e gli uomini khasi è, di fatto, una monogamia seriale.

107 ****** 1-02.3 107 0 I modelli politici
c-107-b Le società matriarcali non possono essere catalogate come democrazie – concetto politico molto più recente - ma piuttosto come società consensuali di clan. Questo significa che il processo decisionale riguarda tutti i membri del clan: le discussioni sono sintetizzate e ratificate dalla madre del clan, in quanto autorità principale, poi esposte al consiglio del villaggio dal fratello. Il ruolo dell'"U KNI" è pertanto quello di un delegato, che non può dunque prendere decisioni. Il clan non gli permetterebbe mai di eccedere i limiti di questo ruolo puramente esecutivo e di prendere iniziative autonome. In questo senso i matriarcati sono caratterizzati dall'"ASSENZA DI DOMINIO DELLE DONNE ANCHE QUANDO QUESTE HANNO PIENA AUTORITà ECONOMICA E SPIRITUALE".

c-107-b Si spiega così l'origine del gran rispetto riservato ai membri di questi antichissimi clan, che pur non possedendo più poteri o ricchezze di altri, godono però di uno status onorario. Ciò dimostra che i matriarcati possono rimanere società omogenee di parentela, nonostante la presenza di una "NOBILTà".

111 ****** 1-02.4 111 0 Credenze e Cerimonie Sacre
c-111-b Ciò che più colpisce delle loro credenze è il rispetto per gli antenati, sia femminili che maschili, e le complesse cerimonie per i defunti. Non si tratta di un semplice "CULTO", ma di una singolare forma di pensiero religioso, legato alla credenza secondo cui una persona rinascerà in un'altra, all'interno del proprio clan. Più che di "ANIMISMO" (credenza negli spiriti) o di "POLITEISMO" (credenza in molti dèi), nella pratica khasi si onorano la natura e i suoi luoghi sacri, una pratica che è strettamente collegata a quella della venerazione degli antenati. Descrizioni concettuali diverse nascono da un intento derisorio e sono da attribuire unicamente all'arroganza e all'ignoranza degli europei

c-112-b Questi gruppi di pietre svolgono la funzione di luoghi sacri e sono utilizzati per molti scopi. Qui, nei menhir e nei dolmen, gli spiriti degli antenati sono considerati presenze vive, anche se "PIETRIFICATE", esseri chiamati a benedire e a proteggere il clan. Durante i festival a loro dedicati, le pietre vengono decorate con della vegetazione, e sui dolmen si dispone del cibo, come se fosse una tavola. Agli antenati, considerati delle divinità, vengono anche offerti sacrifici animali: caproni o galli sono decapitati sui dolmen e la loro superficie dipinta col sangue.
c-114-b In questa antichissima forma di venerazione della dea, naturale derivazione del culto delle antenate femminili, i cimiteri e i fiumi sono considerati sacri. Così, per i Khasi ogni fiume è una dea e fino al secolo scorso tutti gli anni Kopili, la dea del fiume, veniva onorata sul suo altare-dolmen con la decapitazione sacrificale di due uomini; le teste e i corpi venivano poi gettati nel fiume.

c-115-b Le descrizioni degli studiosi lasciano intendere che gli uomini non erano vittime involontarie; provenivano da clan molto rispettati e, secondo alcune testimonianze, si recavano volontariamente all'incontro con la dea della morte, spinti dalla speranza che avrebbe garantito una vita migliore al loro popolo. È un ruolo sacro che nei tempi antichi, con ogni probabilità, era riservato al re: nello stesso momento in cui si insediava sul trono, si offriva a una futura morte rituale. La pratica diffusa di sacrificare il re sacro assumeva la forma di un dare e ricevere tra gli esseri umani e la terra: a lei, che tanta vita aveva dato, ne veniva restituita una, la migliore di tutte.

c-118-b Dovrebbe dunque essere chiaro che onorare gli antenati, o la "VENERAZIONE DEGLI ANTENATI", non è un culto, ma l'aspetto esteriore di una religione della reincarnazione. In questo tipo di pensiero religioso, le donne sono necessariamente il sesso più importante, non tanto per la loro capacità di dare la vita, quanto per il loro potere di far rinascere le antenate e gli antenati. Al Contrario degli uomini che nella caccia per esempio, possono trasformare la vita in morte, le donne possono trasformare la morte nuovamente in vita.

c-119-b La morte, nei sistemi di credenza nella rinascita non è una fine, ma una tappa intermedia nel regno di transizione dell'anima e dello spirito, un viaggio attraverso i paesaggi dell'aldilà. Il viaggio termina, senza eccezione, con la rinascita; non è pertanto foriero di paure come lo sono la morte e il processo del morire nella cultura europea. Il cammino volontario di un uomo verso la propria antenata primordiale è garanzia di rinascita in una vita felice. Essere sacrificato alla dea-antenata non sarebbe stato dunque un atto terrificante per gli uomini che lo avevano scelto. I Khasi hanno tramandato molte storie di sacrifici maschili, volontari, di questo tipo; a coloro che li sceglievano prima di morire, era permesso di godere tutte le gioie che la vita può offrire.

Uno dei primi segni di declino di questa etica religiosa può essere riscontrato nella cattura dei prigionieri e nella loro esecuzione, durane le faide tra i clan; in questo tipo di "SACRIFICIO" la partecipazione della vittima è involontaria e il rito perde il suo significato più profondo. Un'ulteriore perdita di significato avviene quando il sacrificio di un uomo è degradato a quello della caccia alla sua testa, cosa che tutte queste tribù hanno praticato. Le vittime sacrificali erano sempre involontarie; potevano essere degli stranieri in viaggio o dei membri di tribù vicine che si trovavano lungo la strada che portava al mercato. A partire da quel momento hanno avuto inizio continue faide di sangue. È abbastanza ovvio che in una situazione simile praticamente nessun forestiero potesse sentirsi sicuro nei paraggi di queste popolazioni, ma almeno i Khasi si erano garantiti una protezione!

Quando nel 1905 iniziarono con Gurdon le prime ricerche etnografiche sui Khasi, la loro cultura era già in una fase di declino. Dai loro rifugi sulle montagne, i Khasi erano riusciti a difendersi con successo dai patriarcali ariani indoeuropei, dagli indù e dai mussulmani, sviluppando un sistema difensivo che guadagnò loro la reputazione di guerrieri coraggiosi.

120 ****** 1-02.5 120 0 La situazione attuale
c-120-b Ai militari britannici seguirono i missionari inglesi, che già fin dal 1841 avevano provato (e non hanno ancora smesso) a convertire i Khasi. Nel 1951, il 55% dei Khasi erano cristiani, oggi almeno l'80% dovrebbe professare un credo diffuso nella trinità maschile e nella monogamia controllata dagli uomini.

c-121-b Nell'economia tradizionale khasi la terra era in comune, una risorsa che nessuno poteva possedere. Il consiglio del villaggio garantiva ai clan dei singoli villaggi appezzamenti terrieri da utilizzare come dimore e campi da coltivare; la terra era chiamata "RI-RAIJ". Non c'era il diritto alla proprietà, ma solo il diritto a utilizzarla.

c-121-b Questa situazione ha generato una classe di contadini senza terra in continua espansione e quella che una volta era l'egualitaria società agricola dei Khasi si è stratificata in classi di poveri e ricchi. I clan tradizionali che si sono arricchiti per primi sono stati quelli che avevano un "SISTEMA-SYIEM" e che si sono adeguati ai padroni colonialisti europei. I syiem hanno agito inizialmente come rappresentanti del potere coloniale, poi una volta che il sistema sociale khasi si è trasformato nell'oligarchia che è oggi, sono divenuti centri di potere.

c-122-b È stata incentivata abitazione monofamliare, la famiglia nucleare gestita dagli uomini; il risultato è stato la distruzione della struttura matriarcale del clan e la perdita dei diritti delle donne.

127 ****** 1-03.0 127 0 CAPITOLO 3 – I CULTI MATRIARCALI DEL NEPAL
c-127-b
127 ****** 1-03.1 127 0 I Newar della valle di Katmandu
c-127-b Non è difficile capire perché le prime popolazioni matriarcali preferirono i tratti superiori di questi fiumi, nonostante le ripide valli in cui scorrevano. A quel tempo le pianure indiane, indocinesi e cinesi erano impraticabili, paludi infestate dalle mosche dove le forti correnti cambiavano ogni anno il corso del fiume, spazzando via ogni cosa. In termini di abitabilità, erano inospitali al pari delle montagne più alte, coperte di ghiacciai. Ma tra le catene montuose le anguste e profonde valli offrivano una calda protezione dai freddi venti delle altitudini, fornendo un clima fresco e mite, diverso da quello delle umide paludi delle pianure.

c-128-b Gli abitanti della valle del Katmandu appartengono al grande popolo dei Newar. Come i Kasi delle montagne dell'Assam, fanno parte anchessi del ceppo dei popoli tibeto-birmani e sono considerati la più antica popolazione delle montagne nepalesi. Sono infatti gli indigeni del Nepal, coloro che hanno dato il nome al territorio e portato avanti la cultura millenaria della valle di Katmandu, cuore di questa zona dell'Himalaya. Fino al 1956 il Nepal era chiuso ai viaggiatori stranieri ed è perciò riuscito a conservare fino a oggi la sua cultura, in parte arcaica, in parte medievale.

142 ****** 1-03.3 142 0 Pashupatinath: il culto della morte e della vita
c-142-b Questo fondamentale conflitto tra due mondi religiosi, che ha un finale aperto e che è senza soluzione, viene messo in scena ogni anno al partecipatissimo festival di Vatsala. Gli eventi storici sono rappresentati in forma di dramma mitico; è così che i popoli di tradizione orale raccontano la loro storia: la battaglia dei devoti della religione matriarcale originaria contro la nuova religione patriarcale

146 ****** 1-03.4 146 0 Kumari, la dea vivente
c-146-b Tutti i membri della famiglia si ritrovano insieme più tardi, a pasteggiare con la carne arrostita del sacrificio e a celebrare la loro appartenenza al clan, onorando la ragazza più giovane, la "KUMARI DELLA FAMIGLIA". Così tutte le giovinette avranno l'opportunità di impersonare quel ruolo, poiché ognuna di loro a un certo punto dell'infanzia sarà la più giovane. Queste tradizioni sono la prova che il Durga Puja è un antico festival matriarcale del clan che prima della bramanizzazione i Newar riponevano nella "FIGLIA PIù GIOVANE" tutte le loro speranze ( cosa che presso i Khasi avviene ancora oggi )

c-147-b Queste tracce della cultura matriarcale newari sono ricoperte da spessi strati di mitologia patriarcale indù e dal sacerdozio interamente maschile dei bramani. Per tutta risposta le pratiche simboliche e le pubbliche rappresentazioni misteriche della gente parlano però la loro propria lingua. Mostrano che il Nepal, un tempo, doveva aver avuto un ordine sociale matriarcale. Ne sono la prova certe pratiche newari che hanno protetto le donne impedendo che fossero consegnate allo stesso destino di sofferenza riservato alle mogli indù indiane. In quella cultura non sarebbero state altro che serve sottomesse ai mariti, considerati come dèi, e schiave delle loro suocere, che le avrebbero impiegate nei lavori più pesanti. Condannate fino a poco tempo fa all'indissolubilità del matrimonio, sarebbero state sospettate di stregoneria in caso di morte del marito, e di conseguenza bruciate vive insieme al suo corpo (usanza del sati).

151 ****** 1-04.0 151 0 CAPITOLO 4 - GLI ANTICHI REGNI DI REGINE E IL MATRIMONIO GRUPPO DI IN TIBET
c-151-b
152 ****** 1-04.1 152 0 Culture agricole e Pastorizie
c-152-b Si presume che la prima cultura agricola matriarcale di questa zona, una delle più antiche al mondo, abbia sviluppato alla fine del Paleolitico questo genere di costruzione, diffusasi poi con la migrazione lungo i fiumi in tutta l'Asia sudorientale fino agli arcipelaghi del Pacifico.

163 ****** 1-04.4 163 0 La poliandria: un matrimonio di gruppo ben organizzato ,
c-163-b Si tratta del matrimonio di una donna con più di un uomo contemporaneamente. I ricercatori occidentali, forse feriti nella vanità, hanno scritto che questa forma sociale sarebbe molto meno che reale: lo spettro dell'indignazione maschile si spinge fino al punto di definirla un "INFERNO MOSTRUOSO".

c-163-b Nella sua storia dello sviluppo della famiglia, Morgan ha dimostrato che il matrimonio individuale si è sviluppato molto più tardi del matrimonio di gruppo e che è collegato a tendenze patriarcali. Al confronto, l'organizzazione del matrimonio di gruppo è la più antica e durevole forma di matrimonio, quella maggiormente diffusa nei tempi antichi. Il motivo è che nelle prime grandi ere storiche l'elemento determinante fu il clan e non il singolo; il matrimonio non era ancora stato stravolto per servire astratti valori religiosi o scopi privati, personali. Fornendo piuttosto un aiuto umano ed economico a più livelli, metteva insieme i diversi clan. In questo sistema di matrimonio mutuale nessuno era lasciato solo o nella povertà - Situazioni a cui oggi cerchiamo di porre rimedio con orfanotrofi, strutture per i senzatetto e centri per gli anziani. In quel sistema, tutti i membri del clan erano collegati gli uni agli altri attraverso una rete di mutuo aiuto in cui ognuno dava e prendeva.

c-165-b Per questioni di sostenibilità una famiglia tibetana solitamente non ha più di tre o quattro bambini; un matrimonio di gruppo tra sorelle o fratelli non può perciò riguardare che poche persone. Se una famiglia ha solo una figlia che è sposata a un gruppo di fratelli di un altro clan, finisce per essere una specie di poliandria di fratelli, in cui una donna sposa più fratelli. D'altra parte, se in famiglia c'è solo un figlio ed è sposato a un gruppo di sorelle, appare come una poliginia di sorelle, o il matrimonio di un uomo con più sorelle. Se le due famiglie in questione hanno una sola figlia e un solo figlio da sposare, risulta allora come un caso di monogamia apparente o di matrimonio singolo, ma in realtà non c'è una struttura o forma legale che la regoli; avviene casualmente nel contesto di un matrimonio di gruppo tra sorelle e fratelli. La gente, infatti, è dispiaciuta per questi partner di matrimonio monogamo un po' solitari che, da soli, devono reggere il peso di tutti i compiti del clan.

c-166-b Presso i tibetani, non è la povertà economica né nessun'altra avversità a determinare il matrimonio di gruppo tra sorelle e fratelli.

c-167-b Le linee guida di un matrimonio di gruppo tra sorelle e fratelli sono molto chiare ed è ciò che lo differenziano dalle forme decadenti di sesso di gruppo tipiche della civiltà occidentale. La cerimonia di nozze avviene tra la sorella e il fratello maggiori, che fungono da rappresentanti degli altri sposi (cerimonia nuziale di rappresentanza), comunque presenti alla cerimonia. Da quel momento anche tutte le sorelle e i fratelli minori sono considerati sposati tra loro; nella poliandria fraterna delle donne (che è abbastanza comune), tutti i fratelli minori sono anche sposati alla moglie del fratello maggiore. Il risultato è un gruppo famigliare che presenta molti vantaggi: le greggi e la scarsa terra arabile (che negli esigui terreni da pascolo delle montagnose regioni tibetane è limitata) rimane indivisa, assicurando in qualche modo un modesto standard di vita. Questo è un sistema di vita davvero ecologico, che permette alle persone di procurarsi ciò di cui hanno bisogno senza creare eccedenze in un posto e povertà nell'altro.

La poliandria fraterna, in cui una donna sposa più fratelli, è particolarmente funzionale da un punto di vista economico: limita il numero dei bambini. Una donna con più uomini riduce la somma del potenziale della loro fertilità, cosicché non ha più figli, cioè tre o quattro, di quanti ne avrebbe se avesse un uomo solo. La forma meno pratica è la poliginia di sorelle, in cui un uomo sposato a più donne ha un potenziale illimitato di creare prole, aumentando così la famiglia. Per questo, forse, la poliandria fraterna (una donna sposata a più fratelli) è la forma preferita e più comune di matrimonio di gruppo tra sorelle e fratelli. Un altro motivo della sua diffusione ....

c-168-b .... potrebbe essere attribuito al fatto che se più fratelli si prendono cura di una donna e dei suoi bambini, riescono con il loro lavoro collettivo ad assicurare uno standard di vita superiore a quello di un solo uomo che lavora per più sorelle e per tutti i loro figli. Il gruppo di fratelli, che solitamente consiste in due mariti, è molto orgoglioso di condividere la moglie, che è la custode del loro lavoro, e di poterle offrire una buona posizione. Più sono i fratelli a cui una donna è sposata e più è rispettata. I bambini che lei alleva sono tutti ugualmente considerati figli dei fratelli. E solo attraverso le madri, e non i padri, che i bambini nati da questa forma di matrimonio vengono considerati sorelle e fratelli: un chiaro richiamo all'antica matrilinearità.

c-168-b Se i mariti si incontrano nella sua casa o nella sua tenda, chi giunge dopo vede il bastone da pastore del fratello davanti alla porta e si ritira tranquillamente senza disturbare; non ci sono scene di gelosia né tantomeno si viene alle mani.

c-169-b Ma nelle vecchie famiglie benestanti non è raro che vivano ancora 20 o 30 persone in una casa del clan. Sia che vivano in una casa o in una tenda, la moglie è l'indiscussa capa della famiglia tibetana, simbolo dell'unità e dell'armonia. Come custode gestisce l'eredità e le entrate dei fratelli e utilizza le risorse necessarie per il benessere della famiglia, assumendosene la responsabilità. È molto rispettata dai suoi mariti, perfino onorata; non intraprendono nulla senza il suo consiglio. L'amore e l'obbedienza degli uomini verso le donne nella vita di relazione è incredibile, soprattutto se si pensa che in qualsiasi altra situazione i tibetani non obbediscono volentieri all'autorità esterna. I primi visitatori stranieri del Tibet hanno raccontato che le donne dei villaggi o delle tende li avevano accolti con fiducia, senza mostrare alcun timore, mentre gli uomini erano esitanti ed evitavano con timore il contatto. Se la moglie si accorge si accorge che i mariti-fratelli non si danno abbastanza da fare, in alcune zone ha il diritto, come capa della famiglia, di cercare altri mariti al di fuori del sistema matrimoniale del clan. In quel caso, il nuovo marito sarà incluso nel gruppo famigliare come sposo, alla pari degli altri. Se un fratello minore decidesse di cercare un'altra moglie sarebbe invece obbligato a separarsi dalla famiglia, cedendo la sua parte di beni, e diventare così membro di un altro nucleo.

Chiunque in Tibet, maschio o femmina, è partecipe di questo sistema di matrimonio di gruppo e come tale ha il diritto di ricevere e l'obbligo di offrire aiuto. Questa forma di organizzazione non preclude la libertà di avere avventure sessuali: poiché il matrimonio funge da sistema di mutuo aiuto, la sessualità è un elemento indipendente dalla sua struttura. Così ogni persona, senza distinzione di genere, può scegliere come preferisce i partner con cui avere una storia di qualche mese, settimana, o giorni. Queste relazioni non hanno un valore sociale, ma sono considerate una forma di spensierato divertimento. Ai fratelli minori è severamente proibito portare amanti o mogli all'interno del gruppo di matrimonio. Nel caso di una relazione seria devono accettare le conseguenze e spostarsi, come abbiamo spiegato in precedenza.

c-170-b Attività come coltivare i campi, portare al mercato le eccedenze percorrendo alti passi di montagna (a piedi) e la caccia nomade con la fionda richiedono una notevole forza e le donne tibetane sono considerate fisicamente molto più prestanti degli uomini. Nei resoconti dei loro viaggi, i ricercatori riferiscono che le donne sono più robuste e più forti degli uomini. Ragazze di 18 anni portano al mercato pesanti carichi attraverso terreni scoscesi, lasciando indietro sul sentiero gli europei, che ce la fanno a mala pena, anche in assenza di pesi da portare. Si racconta che nel vicino Butan le donne guadino i fiumi in piena caricando sulle spalle i mariti (che le accompagnano al mercato) perché altrimenti non riuscirebbero ad attraversali, e al ritorno li trasportino per tutta la strada fino a casa.

Considerata la preminenza delle donne tibetane e il loro ruolo centrale nel matrimonio di gruppo poliandrico è abbastanza sconcertante scoprire come molti studiosi occidentali abbiano giudicato sbrigativamente le relazioni tibetane, definendole patriarcali.

c-171-b Lo zio materno della sposa, che è anche suo consigliere, è quindi solitamente il padre dello sposo. Questo modello è chiamato matrimonio tra cugini incrociati ed è un antico retaggio matrilineare.

c-171-b La incontriamo in tutte le popolazioni che parlano il tibetano in un'area che va dall'est est, cioè dalla Cina fino al Kashmir e all'Afghanistan.

175 ****** 1-05.0 175 0 CAPITOLO 5 – I POPOLI MATRIARCALI DELLE MONTAGNE DELLA CINA
c-175-b
177 ****** 1-05.1 177 0 Le popolazioni indigene della Cina
c-177-b Nelle cronache cinesi la regione viene infatti chiamata "NU KUO", il Regno delle donne. Verso il 750 a.C., come riportano gli annali, sui confini tibeto-cinesi si trovava il regno delle donne che si spingeva fin nel lontano ovest (l'odierno Tibet) e verso est (fino alle montagne dell'attuale Cina occidentale, a est del Tibet). La maggior parte dei siti archeologici delle antiche culture matriarcali del Neolitico e del l'Età del Bronzo sono stati rinvenuti in queste regioni.

179 ****** 1-05.2 179 0 I Moso della Cina sudoccidentale
c-179-b I Moso del lago Lugu vivono di pesca, mentre quelli della valle di Yongning di agricoltura. La maggior parte delle loro vaste famiglie e clan sono ancora matriarcali in senso classico. Sono totalmente matrilineari e organizzati secondo la linea materna, che tramandano per via ereditaria. Le figlie e i figli vivono nella casa del clan della madre; la loro residenza è matrilocale. La donna più capace viene eletta capo del clan, o matriarca, con il titolo di "DABU". Organizza il lavoro agricolo e distribuisce il cibo; gestisce la proprietà comune del clan, che riceve in eredità sia sotto forma di beni materiali che di disponibilità di denaro e si occupa delle spese. Si prende cura degli ospiti ed è la sacerdotessa della casa nelle cerimonie di famiglia. Non gode tuttavia di privilegi speciali perché ciò contravverrebbe al principio di uguaglianza che è alla base di queste società lavora duramente come gli altri membri della famiglia e insieme a loro discute delle questioni più importanti. Non può prendere decisioni unilaterali riguardo ai beni della comunità. Non solo fa da giudice nei conflitti tra clan, ma fino a poco tempo fa le matriarche dei vari clan rivestivano anche importanti posizioni nei consigli di villaggio.

c-182-b Anche se la parentela nasce da un matrimonio incrociato strettamente regolato tra sorelle e fratelli, i giovani possono liberamente dar vita a relazioni "AZHU" o "XIABO" con fidanzati/e o amanti: il termine sposo non esiste. Gli adulti non interferiscono con le loro decisioni si scelgono per un breve o un lungo periodo, e nel corso di una vita tutti hanno più di una relazione aZhu, che si susseguono una dopo l'altra: l'unione avviene con facilità, attraverso un semplice scambio di doni nel corso di una particolare festa danzante in onore della dea "GAN MU". Interrompere la relazione è altrettanto facile: la ragazza si rifiuta di far entrare il giovane nella sua camera, oppure lui smette semplicemente di farle visita. In queste relazioni libere non ci sono né diritti né doveri per i partner: le donne restano nella casa della madre mentre gli uomini, senza distinzione di età e di rango vanno avanti e indietro tra la casa della propria madre e quella del clan delle loro amanti per il "MATRIMONIO DI VISITA". Restano nella casa del clan della loro azhu solo per la notte: ogni mattina si vedono frotte di uomini tornare al loro clan materno. I bambini vivono ....

c-183-b .... sempre con la madre; la responsabilità del mutuo aiuto spetta ai membri di uno stesso siri, o clan, e non alle persone legate da matrimonio. Il fratello della madre è il parente maschio più vicino ai suoi figli e ne è il corresponsabile: tradotto in termini di relazione di parentela occidentali, è un rapporto zio-nipoti. A volte succede che un azhu si trasferisca nella casa della sua innamorata per un certo periodo di tempo, soprattutto se mancano figli maschi, per aiutare nel lavoro dei campi. Se mancano figlie femmine, allora le ragazze possono essere adottate da un clan distante con cui la famiglia è imparentata.

c-183-b Nella società moso il 60% delle famiglie vive in clan matriarcali che sono assolutamente matrilineari. Inoltre, se si contano i clan che vivono in lignaggi in cui coesistono sia la matrilinearità che la patrilinearità, la percentuale sale al 93%. Esiste solo una piccola minoranza di famiglie esclusivamente patrilineari, che si è sviluppata sotto l'influenza del feudalesimo patriarcale cinese, quando fu creata una finta aristocrazia moso, con gli uomini a capo della famiglia, perché sembrassero più credibili in qualità di portavoce dei funzionari dell'aristocrazia cinese. Ciò dimostra che le strutture patriarcali non nascono semplicemente da un processo di decadenza interno alle società matriarcali, quanto piuttosto da pressioni esterne. Tra i Moso questi modelli patriarcali di famiglia restano invisi ai più, perché le donne sono riluttanti a inserirsi in una la miglia di estranei quando si sposano. Così le famiglie patriarcali sono rimaste piccoli gruppi monogami isolati, detti yishe,

c-184-b È chiaro quindi che il processo di sviluppo sociale non si sposta automaticamente da un modello matriarcale a uno patriarcale Anzi, è vero il contrario: una popolazione matriarcale con un forte senso di sè può sottrarsi o resistere alle pressioni patriarcali esterne e ritornare volontariamente alle più antiche forme matriarcali. E' anche chiaro che la capacità di rigenerare la struttura matriarcale del clan non è frutto di un vago "NATURALISMO" ingenuo, ma il risultato di una coscenziosa applicazione di linee guida sociali molto precise.

c-185-b Durante la festa di iniziazione, la madre veste per la prima volta la ragazza con i tipici abiti della giovane moso adulta e le consegna la chiave della sua stanza. Da questo momento può iniziare le relazioni azhu. Le vesti racchiudono ben più di un mero significato tradizionale. Nei numerosi riti per la sepoltura di una donna anziana risaltava in modo particolare un dettaglio: tra le offerte per il viaggio nell'aldilà c'era il costume tradizionale di una ragazza, identico a quello consegnato all'iniziata. Interrogato al riguardo, il fratello in lutto della donna ha semplicemente risposto che lei sarebbe presto tornata a noi come una giovane donna.

c-186-b Di fronte a un bambino piccolo non è così semplice individuare quale sia l'antenato, ma quando raggiunge l'età per la cerimonia di iniziazione tutto clan potrà vedere la somiglianza. La ragazza allora riceve il nome dell'antenata, insieme al costume di giovane donna moso. ora può essere celebrata come la personificazione dell'antenata rinata: questa è la sua vera rinascita.

c-188-b Oggi la situazione di questi popoli sta rapidamente cambiando. Abbiamo potuto verificarlo di persona: nel 1983, con l'apertura dei villaggi sul lago Lugu al turismo maschile di massa, è arrivata l'economia di mercato, e con essa anche un incremento dei conflitti famigliari presso questo popolo ospitale.

c-189-b La cultura moso, vecchia di migliaia di anni, è seriamente minacciata: non è meno in pericolo di quanto lo sia quella tibetana sotto l'occupazione cinese, ma i suoi problemi non hanno attirato l'attenzione mondiale. Nel frattempo i Moso sono costretti ad assecondare l'impressione distorta che gli stranieri danno della loro cultura e, in particolare, l'immagine sessista e patriarcale presentata dagli inviati dei media occidentali, la cui curiosità, unita al fraintendimento per il matriarcato moso, degrada nei fatti le loro tradizioni.

190 ****** 1-05.3 190 0 I Chiang della Cina nordoccidentale
c-190-b Le donne godono di un grande rispetto e consigliano su ogni questione gli uomini, che non iniziano mai nulla senza averle prima consultate. In alcune zone sono gli uomini a occuparsi dei bambini, mentre le donne si dedicano agli affari. Per quanto riguarda le relazioni tra i sessi, le donne più anziane e con più esperienza sono le preferite; sono loro stesse a scegliere gli uomini più giovani.

225 ****** 1-07.0 225 0 CAPITOLO 7 – LE ISOLE DEL GIAPPONE: LE CULTURE DELLE DONNE DEL SUD E DEL NORD
c-225-b
225 ****** 1-07.1 225 0 La religione Scintoista del Giappone
c-225-b Lo sciamanesimo femminile delle "MUDANG" della Corea presenta elementi di somiglianza con quello delle "MIKO" del Giappone. Nei tempi antichi, nello scintoismo, la religione originaria del Giappone, le MIKO erano predominanti. Al suo interno si distinguono tre ere principali, che corrispondono allo sviluppo della cultura giapponese. Dal Neolitico fino all'Età del Ferro (4500 a.C.-600 d.C.) troviamo lo scintoismo nella sua forma originaria: le "MIKO" erano sacerdotesse tribali con carica ereditaria e coprivano l'intero spettro delle pratiche religiose. Dal Medioevo fino all'età moderna (VII-XIX secolo) seguì lo scintoismo di stato, una religione più formale che in Giappone fu accompagnato da diversi secoli di centralizzazione e patriarcalizzazione forzate. Lo scintoismo di stato degli imperatori e dei funzionari fu così separato dallo scintoismo popolare, che divenne una religione folcloristica, non riconosciuta uffcialmente. Le donne furono impiegate in entrambe le religioni come sciamane MIKO, anche se non in modo esclusivo nello scintoismo di stato, dove furono gli uomini a essere eletti sacerdoti ufficiali, ....

c-226-b .... benchè portassero nomi femminili e indossassero abiti da donna. Con l'intensificarsi del processo di centralizzazione del periodo nazionalista e misogino della restaurazione meiji (1868-19129), le donne furono escluse da tutte le funzioni sacerdotali ufficialmente riconosciute e le MIKO persero molti dei compiti che avevano nello scintoismo popolare. Lo scintoismo di stato fu "RIPULITO" di tutti gli elementi magici e religiosi e fu riservato esclusivamente alle funzioni cerimoniali istituzionali. Sviluppatosi per giustificare il governo imperiale, fu spesso imposto sia ai giapponesi sia ai sudditi colonizzati. La messa al bando delle antiche tradizioni dello scintoismo popolare non riuscì però a eliminarle del tutto.

c-228-b Nello scintoismo matriarcale delle origini non erano solo le regine a diventare sacerdotesse ma tutte le donne. Ogni donna che avesse compiuto i rituali di iniziazione possedeva il titolo di MIKO e poteva eseguire dei semplici rituali, tanto più se era madre, o una madre del clan che celebrava i riti di famiglia per la prosperità dei figli o dell'intero gruppo.

228 ****** 1-07.2 228 0 La sorella e il fratello nelle isole Ryukyu
c-228-b L'ascendente spirituale delle sorelle sui fratelli e lo stretto rapporto tra sorella e fratello nella cultura giapponese non sono solo una leggenda.
c-230-b La credenza nell'onari-gami che si incontra nelle Ryukyu indica che alcune parti dell'antica cultura matriarcale giapponese provenivano con ogni probabilità dal sud. L'epoca culturale più antica e quella che durò più a lungo in Giappone è l'era JOMON (16.000-300 a.C.),

c-231-b quando dal nord giunsero i cacciatori-raccoglitori passando per l'isola di Sachalin, che si trova presso la foce del fiume siberiano Amur. Nella fase del medio JOMON (4.500-2000 a.C.) queste popolazioni diedero vita a insediamenti permanenti alla prima agricoltura (coltivazione del riso a secco), a meravigliose ceramiche e a una miriade di statuette artistiche della dea (le statuette DOGU), che furono realizzate molto probabilmente dalle donne, mentre gli uomini costruirono cerchi di pietre che fungevano da orologi solari. L'insieme di tali elementi caratterizza questa fase come neolitica fu l'epoca matriarcale classica del Giappone. Nel tardo periodo JOMON (2000-300 a.C.), la popolazione cominciò a diminuire, ma l'abilità e la sensibilità artistica della gente non andarono perdute. Oggi i discendenti del popolo JOMON continuano a vivere sull'isola di Hokkaido, nel nord del Giappone: sono gli AINU, il più antico popolo indigeno giapponese, non seguono usanze patriarcali e promuονοno una società ugualitaria.

Nel successivo periodo YAYOI (300 a.C.-300 d.C.), con degli immigrati dal sud, terminò l'isolamento culturale dell'epoca JOMON.

c-232-b Dall'entroterra settentrionale cinese e dalla Corea giunsero anche altri immigrati che stavano sfuggendo alla patriarcalizzazione della Cina orientale per mano del popolo HAN (480-221 a.C.). Qui si imbatterono negli AINU, che provenivano da nord con i quali però non si mescolarono mai.

c-232-b Nonostante nel periodo YAYOI la società avesse subito un rapido cambiamento, divenendo agricola e socialmente stratificata, oltre che coinvolta in conflitti armati per potersi accaparrare terre e risorse le regine sacre continuarono a giocare un ruolo preminente e la cultura rimase matriarcale. Intorno al 300 d.C. ebbe inizio il primo periodo patriarcale kofun (300-710 d.C.). Come riportano le cronache cinesi, gruppi di guerrieri conquistatori a cavallo provenienti dalla Siberia e dagli Altai attraversarono la Corea portando armi di ferro, raggiunsero il Giappone e, soggiogando le tribù matriarcali, fondarono il regno Yamatai.

c-233-b Quel periodo segnò anche la divisione tra la religione ufficiale e quella del popolo. Molto più tardi con l'introduzione prima del buddhismo e poi del confucianesimo come dottrina di stato il Giappone sarebbe diventato, al pari della Corea, una provincia culturale cinese, con la conseguente repressione delle donne.
238 ****** 1-07.3 238 0 La mitologia matriarcale
c-238-b Una divinità antichissima della terra e della foresta è la dea "YAMA NO KAMI" o "YAMAHIME", la "DEA DELLA MONTAGNA" o "PRINCIPESSA DELLA MONTAGNA". Gli abitanti delle foreste, in particolare, la ritraggono come una bella donna incline alla lussuria e tutta una serie di tradizioni erotiche la celebrava nelle foreste o sulle montagne. Il culto della dea della montagna era associato anche alla guida nel viaggio ultraterreno delle anime dei morti, ai riti di fertilità e ai pronostici divinatori sul raccolto. Inoltre era associato alle pericolose gare del lancio della pietra che si tenevano tra i gruppi di giovani; in quell'occasione la dea della montagna teneva per sé ora un giovane, ora l'altro, come vittima sacrificale. La montagna sacra del Giappone, il "FUJI YAMA" (Montagna di Fuoco), è la dimora di una dea dal nome "SENGEN-SANA".

242 ****** 1-07.4 242 0 Gli AINU del Giappone del Nord
c-242-b Nella cultura tradizionale AINU l'importante ruolo delle donne si esprime anche nell'economia: raccolgono i frutti selvatici, si occupano dei rari campi, raccolgono la legna, provvedono ai pasti e al vestiario ed educano i bambini. La loro condizione non solo era di totale autosufficienza ma garantiva agli uomini una nutrizione regolare, visto che gli esiti della caccia dipendevano perlopiù dalla fortuna.

c-243-b Alcuni ricercatori si chiedono come queste donne abbiano potuto esercitare un tale ascendente sui loro uomini, peraltro riluttanti a obbedire agli ordini dei loro stessi capi! Ma è proprio qui che si esprime il modello non gerarchico e non patriarcale: le donne sono ....

c-244-b .... sempre state infatti, le depositare degli antichi principi egualitari del clan. Robert Briffault nota laconicamente che la confusione scaturisce piuttosto dalla prospettiva pregiudizievole dei ricercatori, che non riescono ad accettare che l'uomo non sia stato signore e padrone fin dall'inizio dei tempi. Se fin dal Paleolitico le donne avessero rivestito solo la posizione di schiave o di merci sarebbe stato impossibile per loro, in quanto discendenti dei popoli originari sopravvissuti, raggiungere un così alto status sociale. In modo altrettanto incisivo, Briffault afferma che la teoria della monogamia nel Paleolitico è un'invenzione puramente teologica (Adamo ed Eva), e quindi assolutamente inammissibile. Non si conosce un solo caso di un popolo delle origini che abbia praticato la monogamia.

251 ****** 1-08.0 251 0 CAPITOLO 8 — "ALAM MINANGKABAU": IL MONDO DEI MINANGKABAU DELL'INDONESIA
c-251-b
251 ****** 1-08.1 251 0 I modelli culturali matriarcali dell'Indonesia
c-251-b "ALAM MINANGKABAU", il mondo dei MINANGKABAU di Sumatra, era la forma sociale originaria di tutti i popoli malesi. Si tratta di un mondo matriarcale e così è rimasto per i MINANGKABAU fino a non molto tempo fa. Oggi continuano a essere il popolo matriarcale più numeroso e meglio conosciuto: il loro "ADAT", o legge tribale matriarcale, è un sistema ancora vitale e non solo il riflesso dell'antico ordine sociale che esisteva in tutta la regione. Eppure i ricercatori occidentali li definiscono solo "MATRILINEARI", una descrizione troppo riduttiva e fuorviante che travisa un'ampia serie di testimonianze. I MINANGKABAU, al pari di altre società matriarcali che per secoli hanno subito la pressione di continue influenze patriarcali, si trovano oggi ad affrontare una situazione assai difficile. Cionondimeno, dimostrano una forte volontà di resistere: possiedono una sorprendente inventiva nel minare le tendenze patriarcali. Per difendersi non si sono trasformati in una società retrograda, ma si stanno espandendo pacificamente grazie alle loro attività commerciali, e lo stanno facendo nella piena consapevolezza di possedere un'organizzazione sociale unica, un "MATRIARCATO", come affermano con orgoglio a proposito della loro identità.

c-253-b La situazione dei MINANGKABAU di Sumatra è ugualmente complessa, anche se hanno mantenuto in modo molto più evidente l'originale "ADAT"malesiano, o legge tribale matriarcale. Nel cuore della terra dei MINANGKABAU, o darek, nascosto nella fertile zona collinare di Padang, nella parte occidentale di Sumatra, l'"ADAT"è la legge della terra per i tre milioni di MINANGKABAU che ci vivono, coltivando il riso nelle risaie a terrazza. Altri tre milioni circa vivono fuori dalla zona centrale, nel rantau (la parola significa spostarsi lungo i corsi d'acqua), che comprende la parte orientale di Sumatra, tutte le sue grandi città e anche tutte quelle dell'Indonesia. Impegnati negli affari, nella politica e nella cultura, questi primi immigrati sono oggi attivi mercanti, commercianti e amministratori: non c'è professione moderna che i MINANGKABAU non abbiano intrapreso. In Indonesia sono considerate persone cosmopolite e con un alto livello culturale, oltre che molto portati per gli affari. La pressione esercitata sulle comunità del rantau affinché si conformassero ai sistemi patriarcali è stata molto più forte e ha dato vita a una situazione culturalmente mista. È comunque dalla vitalità dell'"ADAT"nel cuore del paese a cui generalnente si attengono, se non altro nelle loro coscienze e che spesso sostengono anche da un punto di vista economico, che gli emigrati traggono il loro orgoglio e la loro identità.

254 ****** 1-08.2 254 0 L'ordine sociale e la cultura MINANGKABAU
c-254-b Paruik o "GREMBO DELLA MADRE" è il nome che viene dato alla casa-comunità dove un tempo un gruppo di 40, 60 e perfino 80 persone che discendevano da tre generazioni di donne, viveva insieme in una grande casa della madre. Questo clan matriarcale è il gruppo funzionale di base e opera sotto l'informale, ma assai influente autorità dell'induah, la donna più anziana del clan o matriarca.

c-254-b Il clan o casa della famiglia appartiene alle donne, così come la terra, che viene ereditata in linea femminile e non può essere venduta. Inoltre, tutti i proventi del commercio, sia quelli delle donne che degli uomini, sono inglobati nella proprietà del clan, di cui l'indua è la custode. Non c'è da stupirsi se le sue parole chiare e precise sono l'ago della bilancia, quando nel processo decisionale dell'assemblea non si riesce a raggiungere il consenso.

L'altra unità sociale, in ordine di grandezza, è il payung, o kampueng, che comprende diverse case del villaggio collegate tra loro. L'intermediario fra questi gruppi è il panghulu, uno dei fratelli della matriarca, che fa da tramite con il mondo esterno.

c-260-b La pratica dell'"ADAT"ibu si può riconoscere specialmente nella capacità femminile di legare i nodi e tessere la tela delle loro numerose relazioni di parentela durante questi eventi che radunano i membri dei diversi clan; tutto questo avviene prima e durante la preparazione del festival, mentre lavorano insieme perché tutto sia pronto, e dopo, nel corso dello svolgimento della festa. In queste occasioni le comunità matriarcali mettono in atto il tipico circolo del dono: cibo, bevande, discorsi e altre forme di festeggiamenti vengono offerti all'interno di un sistema di reciprocità a cui tutti partecipano attivamente. La pratica del dono si basa sui valori materni e aiuta a creare buone relazioni. La circolazione continua di riso, banane e mariti per tutto il villaggio raggiunge il culmine durante i festival, fornendo un tipico esempio di economia del dono matriarcale (così come viene formulata da Genevieve Vaughan), con la differenza che qui non si tratta di un unico clan, ma di un'intera comunità di villaggio.

Nel corso dei festival del villaggio si rende soprattutto omaggio alla donna più anziana che, nel ruolo di induah, o matriarca, immagine sia della matrilinearità che dell'autorità, è l'incarnazione di "BUNDO KANDUANG". Questa figura ha un background storico e mitologico di tutto rispetto, poichè è il titolo regale della mitica antenata e regina fondatrice dei MINANGKABAU. Qualsiasi donna anziana che guidi le cerimonie sacre porta questo titolo e viene paragonata a una farfalla: ancora una volta un simbolo sacro tratto dalla natura.

262 ****** 1-08.3 262 0 Il darek e il rantau: due modi per tener lontano il patriarcato
c-262-b Non è stato possibile spezzare il potere dell'adat, perché tutte le terre agricole dei "NAGARI" appartengono ai clan e non si possono vendere per nessun motivo sono harta-pusaka, trasmesse dalle madri del clan alle donne in linea di sangue. Gli uomini, d'altra parte, non possiedono la terra che proviene dall'eredità del clan, e non possono venderne i prodotti agricoli. Solo le donne, completamente autosufficienti, hanno facoltà di commerciare i prodotti della fattoria e della casa; è questa la base economica dell'"ADAT" dei villaggi.

c-262-b Ogni villaggio doveva avere una moschea, che finì per sostituire la casa degli uomini dove i giovani erano soliti trascorrere il tempo quando erano lontani dalle case delle madri. La moschea servì da scuola coranica per gli uomini e introdusse la lingua e la cultura islamica. Ma nei villaggi i maestri del Corano si scontrarono con i panghulu, gli insigni rappresentanti dei clan matriarcali, esperti nell'insegnamento dell'adat, che avevano l'incarico di far rispettare le sue regole. Alla fine si giunse a un compromesso, che fu essenzialmente questo: "L'ADATSI BASA SULL'ISLAM E L'ISLAM SULL'ADAT" (proverbio MINANGKABAU) e, riconoscendolo formalmente .....

c-263-b ... come parte della loro religione, riuscirono a mantenere l'Islam entro i suoi confini. Le donne nel frattempo continuarono ad appoggiarsi l'una all'altra nelle case del clan e a gestire da sole i loro affari. A nessun panghulu era permesso esprimere opinioni all'esterno senza che prima fossero vagliate dalle donne, così da poter apportare le correzioni necessarie.

Nel XIX secolo i fondamentalisti islamici diedero il via alla guerra dei padri contro i MINANGKABAU per tentare di abolire la matrilinearità e l'eredità in linea materna: la guerra si concluse con l'intervento degli olandesi, che avevano delle mire sulla terra dei MINANGKABAU. Questi ultimi però approfittarono con arguzia delle contese fra olandesi e mussulmani volgendole a loro favore, e coltivarono a orto la terra che gli olandesi reclamavano per le piantagioni rendendola in questo modo definitivamente terra dei clan che, in quanto tale, non poteva essere venduta. La Strategia funzionò, e siccome gli olandesi temevano la ribellione che sarebbe potuta nascere se avessero toccato la terra del clan, spostarono le piantagioni nel rantau, ossia nelle zone di confine. Contemporaneamente, nella zona centrale del darek fallirono i tentativi olandesi di ricavare profitti dalle coltivazioni.

Qualche decennio dopo si ebbe un altro tentativo di accentramento da parte del governo indonesiano, che abolì l'indipendenza del NAGARI e indebolì di conseguenza l'autonomia delle donne MINANGKABAU. Trent'anni dopo, nel 1991, si assistette al ripristino del sistema del NAGARI per decreto governativo e alla restaurazione dei ruoli ufficiali delle donne come bundo kanduang. Le relazioni sociali subirono importanti cambiamenti nell'area del rantau, in seguito all'industrializzazione e al capitalismo legati all'influenza occidentale sulle città di Sumatra. Anche allora le donne MINANGKABAU e i loro panghulu trovarono il modo di servirsi della modernizzazione ....

c-264-b ... per rafforzare, anzichè indebolire, l'"ADAT" della zona centrale. Molti emigrati tornarono così ai loro clan come pendolari, adempiendo ai loro doveri e contribuendo agli introiti della casa materna. Per i MINANGKABAU è di fondamentale importanza affermare soprattutto in una città straniera, la loro appartenenza a un solido "DAREK". Il clan, tra le altre cose, finanzia abitazioni monofamigliari costruite sulla terra che appartiene alle donne; le case sono di proprietà delle mogli (uxorilocalità), e questo le protegge in caso di divorzio. Anche se si trasferiscono in città per avere accesso ai servizi scolastici e alla formazione professionale, le donne MINANGKABAU sono le proprietarie delle case e possono contare sull'aiuto dei loro clan. Le leggi sull'eredità prevedono inoltre che la proprietà privata che un uomo può acquisire nel "RANTAU" possa essere mantenuta solo per una generazione, come dono per i figli; dopodiché ritorna in possesso della madre del clan, cioè ritorna nelle mani delle donne del suo clan.

Le sagge strategie messe in atto dai clan MINANGKABAU difendersi dalle "NUOVE E STRAVAGANTI" tendenze patriarcali sono davvero uniche e dimostrano l'alto livello di consapevolezza dei MINANGKABAU nel tener in vita l'"ADAT" matriarcale.

269 ****** 1-09.0 269 0 CAPITOLO 9 - I MODELLI MATRIARCALI DELLA MELANESIA
c-269-b
269 ****** 1-09.1 269 0 Gli abitanti delle Trobriand.
c-269-b All'inizio del XX secolo fu il lavoro esemplare dell'etnologo Malinowski a renderli famosi, grazie a una descrizione precisa e perspicace della loro complessa economia e delle loro abitudini di vita, fra cui il kula, un'ampia rete amicale basata sul reciproco scambio di doni e alimentata da ricorrenti visite in canoa alle altre isole, su un percorso circolare di 2000 miglia.

c-270-b L'antenata originaria aveva generato da sola la sua progenie, mentre il fratello le stava accanto per proteggerla e prendersi cura di lei. Secondo le credenze tradizionali delle isole Trobriand per generare un figlio, una donna non ha bisogno del seme di un uomo. In questo modo l'appartenenza al clan è determinata esclusivamente dalla madre e i beni, la conoscenza spirituale, i titoli e il prestigio, incluso quello di capo tribù sono ereditati per linea femminile. Il "DALA", il clan matrilineare viene mantenuto in vita dalle donne, non solo perché danno alla luce i bambini, ma anche perché sono loro a occuparsi delle cerimonie del clan scambiandosi beni di prestigio. Le cerimonie del "DALA" sono riti femminili che esprimono i valori comuni e durevoli delle donne e degli uomini del clan, mentre nelle cerimonie di scambio dei doni, durante le spedizioni maschili in canoa nell'anello oceanicodelle kula, ....

c-271-b ... i valori espressi riguardano la fama personale, in particolare quella dei capi, e si basano sull'individualismo sul breve periodo.

Nella società tradizionale delle Trobriand la relazione sociale più importante è quella tra la sorella e il fratello di uno stesso clan matrilineare, una caratteristica tipicamente matriarcale. Il tradizionale e complesso sistema di scambio degli abitanti delle Trobriand, un'"ECONOMIA DEL DONO" mutuale nel vero senso della parola, è imperniato su questa relazione. Esistono tuttavia alcune sostanziali differenze dai modelli matriarcali classici: per esempio, non sono le figlie ma i figli a rimanere nel villaggio del proprio clan matrilineare. Nei terreni dei clan matrilineari sono gli uomini che lavorano: arano la terra, seminano e curano i prodotti fino al momento del raccolto destinato a ritornare alle donne, le loro sorelle, che vivono con i mariti in un villaggio vicino, poiché osservano la virilocalità. Anche se lo stile di vita tipico della grande casa del clan non esiste più, questo non significa che il sistema sia patriarcale, come talvolta erroneamente si suppone. Dato che il concetto di paternità, così com'è inteso in occidente, è sconosciuto, lo sposo di una donna non viene considerato il padre dei bambini. Vive nel villaggio del suo clan matrilineare, lavora la terra e consegna i frutti del suo lavoro alle sorelle nel loro villaggio. In questo modo il raccolto di yam, la loro fonte di nutrimento, può circolare nelle varie case e rafforzare continuamente le relazioni all'interno del clan matriarcale (di fratelli e sorelle) e tra i clan appaiati in matrimonio dei due villaggi (parenti acquisiti).

Ogni anno gli uomini delle Trobriand che portano i frutti del loro raccolto nella casa delle sorelle, riempiendo di yam i magazzini abilmente intarsiati, provvedono in questo modo non solo alle sorelle, ....

c-272-b ... ma anche ai loro figli (poiché i figli della sorella appartengono al loro stesso clan matrilineare e non al clan dello sposo). Insieme alla famiglia mantengono anche il marito, un'elargizione che può essere interpretata come segno di riconoscenza per il servizio che lui stesso fornisce occupandosi della moglie e dei suoi figli. Segue infatti con affetto i bambini della moglie, aiutandola ad allevarli come farebbe un compagno di giochi. I bambini gli sono affezionati; lo chiamano tama che non significa "PADRE", ma "MARITO DELLA MADRE".

c-272-b D'altra parte la moglie è indipendente dal marito, può divorziare in qualsiasi momento e ritornare al suo clan matrilineare. Poiché i figli appartengono a lei, i suoi fratelli continueranno a mantenerli.

Nella società tradizionale delle isole Trobriand il prestigio deriva perciò dalla capacità di donare e di creare buone relazioni, caratteristica tipica di un'"ECONOMIA DEL DONO". Come abbiamo visto, il dono del raccolto di yam da parte degli uomini ha come scopo il prestigio. La loro massima ambizione è quella di ottenere un buon raccolto che, pur appartenendo alla sorella, non le viene consegnato direttamente .....

c-273-b ... ma attraverso il marito, in un sistema di scambio reciproco di doni tra uomini che tra loro sono cognati. L'enfasi è chiaramente posta sul donare, non sul possedere, cosa che viene spesso fraintesa. Né i fratelli né i mariti possiedono lo yam raccolto: le uniche proprietarie sono le sorelle che preparano il cibo per la famiglia.

275 ****** 1-09.2 275 0 I bambini-antenati della Società delle isole Trobriand
c-275-b Nel frattempo l'anima del defunto è andata a Tuma, l'isola degli spiriti che si trova a Ovest delle Trobriand, dove, secondo la credenza tradizionale, conduce un'esistenza gioiosa; il regno dei morti infatti è pieno di allegria e di passatempi erotici. Gli spiriti giocano di continuo a ulatile (la visita amorosa dei ragazzi) e a katuyausi (la visita amorosa delle ragazze), gli stessi giochi d'amore con cui si diletta la gioventù delle Trobriand, che sperimenta la libertà sessuale fin dall'infanzia.

c-277-b La fede negli spiriti ancestrali e il ruolo fondamentale che hanno nel processo di rinascita fa parte di un'antica tradizione matriarcale, diffusa in tutta la Melanesia e tra le popolazioni della Papua Nuova Guinea, prima che in tanti luoghi le culture indigene cadessero vittime della solerzia missionaria cristiana.

278 ****** 1-09.3 278 0 L'anello del kula e la funzione del capo tribù nelle isole Trobrand
c-278-b Il Concetto di spirito-bambino degli abitanti delle Trobriand è la chiave che permette di capire perché le società matriarcali non riconoscono la paternità biologica e non sembrano preoccuparsene. Il loro modo di pensare si conforma a concetti spirituali e non al determinismo biologico: gli antenati sono molto più importanti di un padre biologico individuale. Anche quando la paternità è riconosciuta, non ha un vero significato nella società, anche se un padre matriarcale sostiene la madre e si interessa al benessere dei figli. Tutto questo è in netto contrasto con le società patriarcali, dove la paternità ha sempre voluto dire dominio maschile sulla famiglia e sottomissione delle donne e dei bambini.

Fede nella rinascita significa che questo mondo e l'aldilà sono regni connessi tra loro ed entrambi fanno capo alla matrilinea.

285 ****** 1-10.0 285 0 CAPITOLO 10 – LE CULTURE DELL'OCEANO PACIFICO
c-285-b
292 ****** 1-10.2 292 0 Le donne nella società polinesiana
c-292-b Per tradizione, i Polinesiani credevano che l'evoluzione della vita procedesse dal principio femminile, come nel mito di "PO", la notte, che generò per partenogenesi. Questa idea permeava la società tradizionale ed era alla base dell'ordine sociale matrilineare polinesiano e dell'insieme dei modi di vivere che lo accompagnavano. Altrettanto importante era il concetto di "PONO", o equilibrio vitale, inteso come giusto equilibrio di maschile e femminile rispetto ai comportamenti e alle attività umane. Ne sono un riflesso, nella mitologia, le coppie divine Po Ele-Kumulipo e Hina-Ku. L'origine femminile del mondo e l'equilibrio sociale tra maschile e femminile sono classici concetti matriarcali.

c-293-b Oltre ad avere il potere di benedire e maledire, potere che veniva trasmesso alle figlie, le donne avevano anche il diritto esclusivo di formare la famiglia, ossia, di scegliere i loro sposi. Un'altra importante conseguenza dell'ordine matrilineare polinesiano è che la relazione famigliare primaria non era tra genitori e figli (non appartenevano tutti allo stesso clan) e nemmeno tra marito e moglie, nonostante il matrimonio virilocale delle donne fosse molto diffuso. Il legame di parentela più stretto, chiamato patto, era invece costituito dalla relazione tra sorelle e fratelli. I fratelli rispettavano le sorelle e si prendevano cura della loro vita e di quella dei loro figli. Come in Melanesia, anche in Polinesia i fratelli e i parenti maschi matrilineari erano legati a un codice d'onore che prevedeva che le loro sorelle fossero rappresentate nel miglior modo possibile davanti ai mariti e alle loro famiglie. Le mogli potevano, tuttavia, separarsi facilmente dai loro sposi per cercarne dei migliori.

c-294-b Anche l'equilibrio tra attività maschili e femminili doveva essere rispettato. Agli uomini erano affidate la coltivazione delle piante, l'agricoltura e la pesca di profondità, e alle donne la pesca interna lungo i fiumi e nelle lagune. Gli uomini cucinavano i pasti e li servivano a tavola alle donne (a Tonga e alle Hawaii), mentre le donne raccoglievano frutti commestibili ed erbe medicinali; nel campo della medicina avevano, infatti, una grande esperienza. Controllavano inoltre la produzione del "KAPA", un tessuto ricavato dalle sottili fibre della cellulosa dell'albero di gelso, che ottenevano battendo e distendendo i filamenti e assemblandoli poi in strati sovrapposti; il tessuto alla fine veniva decorato con dipinti.

294 ****** 1-10.3 294 0 Il clan di Pele
c-294-b Per esempio, un uomo sposato ha diritto a tutte le sorelle della sposa la quale a sua volta, ha diritto a tutti i fratelli del marito secondo il modello del matrimonio di gruppo di sorelle e fratelli, di cui abbiamo già avuto modo di parlare.

c-296-b Nel mito della dea hawaiana Pele, compare il clan originario organizzato secondo l'ordine matriarcale: Pele è a capo di un clan di dee del fuoco e regola il flusso della lava, considerato il sangue mestruale della terra, che fuoriesce dai vulcani.

c-297-b Quando Hi'iaka diventò grande accompagnò Pele in un viaggio di corteggiamento; l'episodio indica che nell'antica cultura hawaiana erano le donne a corteggiare gli uomini.

300 ****** 1-10.4 300 0 I capi guerrieri dell'Oceania
c-300-b Queste cause sono, in breve, la scarsità di terra e, di conseguenza, le enormi migrazioni in tutto l'oceano, estreme sia per distanza che per difficoltà. Ognuna di queste isole del Pacifico può infatti ospitare un numero esiguo di persone, e da nessun altra parte le con dizioni di abitabilità e di sopravvivenza sono così limitate come in Oceania. In questa zona, perciò, la gente adottava delle pratiche molto rigorose per limitare la popolazione, le più importanti delle quali erano l'aborto e il rifiuto del neonato da parte della madre. A una coppia erano consentiti soltanto uno o due figli, anche se in via del tutto eccezionale si poteva arrivare a quattro. In alcune zone, due terzi dei nuovi nati venivano uccisi dopo la nascita e molte donne facevano uso di rimedi per diventare sterili. Non avere figli era considerato un elemento di distinzione oltre che un'opportunità di avanzamento sociale, mentre un numero eccessivo di gravidanze era segno di uno status inferiore. L’uccisione dei neonati rivestiva anche un aspetto religioso; le vittime erano infatti considerate nutrimento per le anime dei defunti.

Nonostante le rigorose restrizioni, procreare era inevitable e la popolazione continuò gradualmente a crescere, fino ad arrivare fatalmente alla sovrappopolazione e alla carestia. Si prospettavano così due possibili reazioni: la scomparsa del desiderio di vivere, tanto che l'estinzione era vista come preferibile, oppure l'abbandono dell'isola per avventurarsi in un viaggio verso l'ignoto, nell'oceano sconfinato. Le spedizioni alla ricerca di nuove terre furono la forza propulsiva dei nuovi insediamenti in Oceania. Gruppi di aride isole, poco fertili, come le Marchesi, divennero via via il punto di partenza per popoli di navigatori.

c-301-b Nelle società matriarcali dell'Oceania la costruzione delle imbarcazioni e la pesca, così come i viaggi commerciali e di amicizia, erano di solito appannaggio degli uomini. Come per gli abitanti delle Trobriand, erano proprio queste condizioni a favorire l'accentramento del "COMANDO OPERATIVO" sui capi tribù: il ruolo del cosiddetto leader carismatico potrebbe essersi sviluppato in circostanze simili. Di fronte alle privazioni e alle difficoltà incontrate lungo il viaggio i suoi gregari si sarebbero raccolti intorno a lui e, come ricompensa per averli condotti su una nuova isola prima sconosciuta gli avrebbero conferito una posizione speciale. Questa posizione si sarebbe trasformata gradualmente in uno status di capo tribù, o di regalità, concedendogli dei privilegi e rendendo leggendarie le sue gesta. Una situazione questa, che si era verificata in Melanesia (cultura delle isole Trobriand), dove lo status di capo tribù aveva avuto come conseguenza il declino di alcune linee guida matriarcali. Ciò è tanto più evidente quanto più questa migrazione si sposta da ovest verso est e aumenta in proporzione la distanza attraversata dal popolo in questione, nel corso della sua storia.

311 ****** 2-11.0 311 0 CAPITOLO 11 - LE CULTURE MATRIARCALI DEL SUDAMERICA
c-311-b
311 ****** 2-11.1 311 0 Gli ARUACHI
c-311-b Quando Colombo se ne andò gli ARUACHI distrussero la sua fortezza. Nel corso di un secondo viaggio (1493-96) scoprì le isole delle Grandi Antille, fondò uno stanziamento permanente ad Haiti e portò la pace fra gli Indiani; li costrinse, cioè, a versargli dei tributi. Ogni tre mesi dovevano consegnargli un certo quantitativo d'oro. Nel 1500, in occasione di un terzo viaggio, insediò ad Haiti un governatore e rafforzò il sistema di tassazione su tutta l'isola. Dato che gli indigeni non erano però in grado di far fronte ai pagamenti, furono costruite delle miniere d'oro, dove fu messa a lavorare la metà maschile della popolazione TAINO-ARUACA; l'unica alternativa era offerta dalle piantagioni dei padroni coloniali. Secondo gli spagnoli tutto fu fatto "NEL MIGLIOR INTERESSE DEGLI INDIANI", a cui veniva concesso il privilegio di imparare lo spagnolo e di convertirsi al Cristianesimo. Nonostante i provvedimenti, i TAINO-ARUACHI schiavizzati o morivamo di fame o si suicidavano. Le madri uccidevano i bambini per sottrarli al .....

c-312-b ..... loro destino. Il vaiolo dilagava, decimando la popolazione. Nel 1535 sull'isola erano rimasti solo 500 TAINO-ARUACHI.

Per rimpiazzare la manodopera perduta gli spagnoli prelevarono i TAINO-ARUACHI dalle altre isole caraibiche (Porto Rico e Giamaica), condannandoli così allo stesso destino. Dato che gli indigeni TAINO-ARUACHI si erano dimostrati "INCAPACI DI LAVORARE", i governanti spagnoli diedero inizio al commercio degli schiavi africani. Ogni volta che i primi avevano opposto resistenza e si erano ribellati, le rivolte erano state prontamente domate con brutalità e i prigionieri orribilmente massacrati. Tra il 1540 e il 1550 le miniere d'oro di Haiti finirono per esaurirsi del tutto; le isole limitrofe non avevano mai avuto molto da offrire, così gli spagnoli si spostarono verso le leggendarie miniere d'oro del Messico e del Perù, dove misero in atto lo stesso processo di distruzione. Ad Haiti la schiavitù venne abolita, ma troppo tardi perché ne beneficiassero gli indigeni: nel 1585, quando Sir Francis Drake giunse sull'isola, non si trovava più un solo un indiano.

c-314-b Il dio del cielo spesso è totalmente assente e al suo posto è venerata la dea della luna, altra dea primordiale. In tutti i Caraibi questa cultura, di cui sono un esempio i Chibcha in Colombia e i Tiahuanaco in Bolivia mostra curiose somiglianze con quella dell'antico periodo agricolo andino antecedente gli Inca (550 circa d.C.). Risalgono entrambe all'ancor più antica cultura andina chavin (1000 a.C.) che a sua volta ha le radici nell'antichissima cultura VALDIVIA della costa Colombiana del Pacifico, una tra le più antiche popolazioni agricole, che viene fatta risalire a un periodo compreso tra il 3000 e il 1500 a.C. Da dove provenivano e quanto è antica la cultura ARUACA, con i suoi clan matriarcali e le sue credenze nella madre terra e nella dea luna?

Torneremo più avanti sulla questione, dopo aver delineato la storia più recente degli ARUACHI, quella successiva al contatto con gli europei. Lungo tutto il continente sudamericano, dopo aver annientato gli ARUACHI delle Antille, gli spagnoli riservavano a questi popoli, ovunque li trovassero, lo stesso destino. Gravate dallo sfruttamento, dalle malattie e dalla guerra, intere tribù collassarono sotto il peso della lotta per la sopravvivenza. Il continuo genocidio ebbe come risultato l'eliminazione o assimilazione degli indigeni che vivevano lungo le coste e i grandi corsi.

c-317-b I GUAJIRO-ARUACHI matrilineari sono organizzati in circa trenta grandi clan, ognuno dei quali ha un proprio territorio contraddistinto da un emblema che raffigura un animale diverso. La donna più anziana, la madre del clan, o matriarca, tiene unito il gruppo, mentre il più anziano dei suoi fratelli, che gode di grande rispetto, lo rappresenta nel mondo esterno. Il capo del villaggio è scelto tra i rappresentanti maschili del clan ed è sempre il più abbiente a essere eletto. Si dovrà dedicare completamente al villaggio, perché da quel momento in poi sarà suo dovere proteggere gli altri utilizzando le ricchezze del proprio clan, che in questo modo si riducono notevolmente. Non appena i suoi mezzi iniziano a scarseggiare, la nomina passa a un altro uomo facoltoso, con le medesime responsabilità. È un metodo intelligente che consente di mantenere la circolazione dei beni del villaggio, prevenendone l'accumulazione da parte di pochi Così da garantire un equilibrio nello standard di vita. La cosa più importante è che questi capi non hanno il benché minimo potere di comandare, ma ricoprono solo la carica di rappresentanti del villaggio. Dalla distribuzione dei loro beni non traggono, al pari dei loro clan, altro guadagno che quello dell'onore, anche se il prestigio aggiunto garantisce che nel momento del bisogno non vengano dimenticati.

c-318-b I clan GUAJIRO sono esogami (lo sposalizio avviene al di fuori del clan) e legati insieme a coppie tramite un intermatrimonio permanente; per esempio, il clan degli Urania con quello dei Puschania e il clan degli Epieyue con quello dei Secuana. Il matrimonio collettivo non esiste più ed è stato sostituito dal matrimonio individuale. Oggi le giovani, quando si sposano, si trasferiscono nelle case dei mariti e la loro madre riceve in regalo del bestiame. Non si tratta del "PREZZO DELLA SPOSA", perché non solo sarà lei a nutrire e a vestire lo sposo, ma sarà anche libera in qualsiasi momento di divorziare e tornare nella casa della madre. Il bestiame regalato per le nozze verrà accudito e nutrito dal suo clan e perciò rimarrà in suo possesso. In caso di divorzio diventerà una sua proprietà personale.

Quando una ragazza partorisce, le sole persone che possono assistere alla nascita sono le donne del suo clan. La nascita di una bambina è preferita a quella di un maschio, celebrata come la nascita di un puledrino, mentre quella della bambina sarà celebrata come la nascita di una "PICCOLA MUCCA", poiché le mucche sono il tesoro più grande del clan (secondo una fonte GUAJIRO).

c-319-b I GUAJIRO-ARUACHI trattano il bestiame al pari dei membri del clan. Così come è proibito sposare qualcuno che appartiene al proprio clan, allo stesso modo non si può mangiare la carne delle sue mucche, pochè sono considerate dei parenti stretti.

c-319-b Nonostante la cultura ARUACA dei GUAJIRO sia passata attraverso molti cambiamenti per poter far fronte alle numerose minacce, la sua origine matriarcale è ancora visibile. Fornisce inoltre un ottimo esempio che contraddice la leggenda largamente diffusa secondo cui l'allevamento del bestiame deve necessariamente essere associato al patriarcato.

Le fonti archeologiche ed etnologiche ci permettono di cogliere i tratti fondamentali dell'antica e frammentaria, ma tuttora esistente, cultura ARUACA. L'economia si basava sull'agricoltura praticata in parte come orticultura, con l'uso di bastoni per rivoltare il terreno (nelle Antille), in parte come coltivazione seminomade con la tecnica del taglia e brucia (nella foresta pluviale amazzonica), infine in campi aperti terrazzati provvisti di sistemi di irrigazione (sulle montagne e le colline, nelle savane della regione subandina e nelle montagne dell'Orinoco). L'agricoltura era quasi ovunque un lavoro femminile, mentre gli uomini si occupavano di preparare il terreno. La produzione di frutta e vegetali era integrata dalla caccia e dalla pesca. Gli ARUACHI pescavano con reti, ami, arpioni e ceste e cacciavano con bastoni, fionde, lance e trappole, con l'aiuto di cani ed ....
c-320-b .... esche. Arco e frecce erano sconosciuti. Il clan della madre possedeva collettivamente tutte le proprietà; in alcune tribù i campi e le case appartenevano esclusivamente alle donne. Ogni proprietà privata, così come titoli e onorificenze, era trasmessa esclusivamente in linea femminile.

Ancora nel XX secolo si potevano trovare le grandi case comuni degli ARUACHI della costa (culture circumcaraibiche) e degli ARUACHI delle isole (Antille): uno stanziamento, che poteva raggruppare anche 3000 persone, era formato da parecchie di queste grandi case. I clan erano esclusivamente matrilineari e lo sposo si trasferiva nella casa della suocera per alcuni periodi di tempo e lavorava per il suo clan. Lo sposalizio seguiva le rigide regole del matrimonio tra due case del clan di uno stesso stanziamento (endogamia locale).

c-326-b Presso gli ARUACHI è molto più evidente, mentre presso altri popoli patriarcalizzati, il lato luminoso della luna, Tamusi, si è definitivamente trasformato nel principio benefico maschile, e la donna-luna, come madre ancestrale, è stata sostituita da un "ANTENATO" celeste. Alla fine, il combattivo e patriarcale culto del sole degli Inca del Perù e degli Atzechi del Messico ha sostituito la visione del mondo matriarcale della cultura ARUACA.

c-327-b Anche nell'America centrale le culture indigene avevano famigliarità con i campi e il gioco della palla (per esempio gli Aztechi del Messico). Giocavano con una grande palla fatta di gomma, fibra e cotone; era un gioco di vita o di morte, in cui il capitano della squadra vincente veniva ucciso in una cerimonia sacrificale. Anche gli ARUACHI erano soliti giocare con una palla di gomma sui loro campi cerimoniali. Le popolazioni vicine non avevano un gioco simile.

328 ****** 2-11.2 328 0 Le Amazzoni del Rio delle Amazzoni
c-328-b Ma nel territori ARUACHI i racconti di prodezza militare femminile si moltiplicano e si vanno a sommare alla comprovata esistenza di città e regni edificati da sole donne. È una chiara allusione all'ancor meno compreso fenomeno delle Amazzoni, le guerriere indipendenti che fondarono società senza uomini.

c-329-b Le donne giungevano lì senza uomini per vivere da ricche guerriere armate, abbigliate di magnifici vestiti e con splendide armi. La leggenda, conosciuta anche nelle Antille, rivela che, ancor prima dell'arrivo delle armate spagnole, esistevano delle donne guerriere che combattevano autonomamente e creavano società senza uomini: erano certamente delle autentiche amazzoni.

c-330-b Mentre proseguivano lungo il fiume, gli spagnoli avvistarono molti altri stanziamenti con le stesse segnalazioni, ma non sempre gli abitanti si dimostrarono amichevoli e sorsero i primi conflitti. Il 24 giugno 1542, non lontano dalla foce del Rio Negro, l'affluente più grande del Rio delle Amazzoni, ebbero un incontro memorable con le Amazzoni in persona, chiamate in soccorso dagli abitanti della costa per combattere gli invasori. Dieci o dodici grandi canoe cariche di guerrieri si avvicinarono alla nave spagnola e sulla prua di ogni canoa c'era una comandante amazzone. Queste donne combattevano così strenuamente che nessuno tra la loro gente osava ritirarsi, e se qualcuno si chinava per mettersi al riparo, l'amazzone al comando lo colpiva con un bastone, proprio davanti agli occhi degli spagnoli. Erano entrati in una pericolosa battaglia: le navi spagnole si trovavano in così grande difficoltà "CHE SEMBRAVANO DEGLI ISTRICI, CON FRECCE PIANTATE DAPPERTUTTO" (Carvajal). Le Amazzoni furono descritte alte e con la pelle bianca (probabilmente dipinta di bianco) e i lunghi capelli neri intrecciati sulla testa. Muscolose e completamente nude scoccavano con gran forza frecce dai loro archi, e Carvajal racconta che ognuna di loro combatteva con il coraggio di dieci uomini. Gli spagnoli balbettavano delle brevi preghiere; avevano evidentemente bisogno di prendere coraggio dal loro Signore per affrontare le Amazzoni. Alla fine riuscirono a venir fuori da quella pericolosa situazione.

c-333-b Una lunga e consolidata pratica, pregiudizievole e fuorviante, messa in atto dai ricercatori patriarcali, ha ripetutamente consegnato questi resoconti tra loro concordanti, forniti da testimoni oculari o da informatori indigeni, al regno della fantasia e della leggenda. Il punto è che i racconti che giungono dall'America del Sud non sono i soli nella storia della cultura umana. Per quando riguarda le Amazzoni del Rio delle Amazzoni, ogni dubbio residuo dovrebbe essere dissipato dalla testimonianza oculare dell'unico uomo bianco, a cui sia mai stato permesso di parlare con loro. È successo negli anni '50, e cioè nella nostra epoca. Per la sua eccezionalità, dedicherò un po più di spazio all'episodio.

Il brasiliano Edoardo Prado, cresciuto a Manaus, nel cuore del bacino dell'Amazzonia e profondo conoscitore della foresta pluviale e delle sue popolazioni, raccolse prima di tutto le testimonianze de gli indigeni sulle icamiabas, o "DONNE SENZA MARITO", come venivano chiamate le Amazzoni. Si diceva che vivessero vicino al tratto più alto del Rio Nhamunda e del Rio Trombetas, e nei pressi delle sorgenti del Rio Jari ai piedi dei monti di Tumucumaque, tutti affluenti ... settentrionali del Rio delle Amazzoni.

c-334-b Prado organizzò una spedizione in canoa facendosi accompagnare da guide indigene amiche che conoscevano bene le Amazzoni. Con loro viaggiava uno dei migliori cameraman del Brasile. Nel 1954 risalirono il Rio Nhamunda e, tra due affluenti del fiume trovò infatti il lago in mezzo a due picchi montani e poté così avvistare sei villaggi amazzoni, sistemati in modo simmetrico intorno allo specchio d'acqua. Non vivevano più sulle fredde montagne battute dai venti, ma ai loro piedi, nella foresta pluviale, e questo aveva cambiato il loro stile di vita. Le donne diedero un amichevole benvenuto agli ospiti, scambiandoli per i corteggiatori che si recavano a visitarle una volta l'anno. Con l'aiuto degli interpreti, l'equivoco fu presto chiarito, e le Amazzoni colsero il lato umoristico della cosa. Erano donne forti dal portamento fiero, con la pelle scura e voluttuosi capelli neri che scendevano lungo la schiena: dai fianchi in giù i loro corpi erano coperti solo da disegni e tatuaggi. Prado racconta che la loro ospitalità fu travolgente: la permanenza fu un susseguirsi ininterrotto di banchetti ricchi di squisiti piatti di pesce cacciagione, carne di pollo e frutta. Giovani donne, poco più che bambine andavano a caccia, sollevando lo stupore dei ricercatori per la loro abilità, velocità e forza. Il rispetto per queste donne crebbe ancor di più quando furono invitati a una pericolosa battuta di caccia all'alligatore, che le donne affrontarono con straordinario coraggio. Tre giovani, armate solo di una lancia corta, furono capaci di uccidere perfino un giaguaro.

c-335-b Nei villaggi delle donne adulte non si vedevano bambini, .... mentre in un villaggio particolare le ragazze crescevano sotto la guida della donna più anziana. C'era poi anche un altro villaggio dove i ragazzi vivevano fino ai dieci anni, dopodiché venivano consegnati agli uomini dei Mundurucu, dei Bare, dei Parintintino o dei Macuxi che ogni anno si recavano in visita dalle Amazzoni. Questo evento era molto atteso dai ragazzi. Quando i tamburi, il telegrafo del bush, annunciarono che un gruppo di corteggiatori della tribù dei Parintintin era in procinto di arrivare, circa un centinaio di giovani donne, considerate sufficientemente mature per il sesso, furono coperte di gioielli e il loro corpo dipinto da due sacerdotesse. Prado, il ricercatore, rimase stupito nel vedere che i disegni dipinti sui corpi delle donne erano pressoché identici a quelli delle culture arcaiche dell'altopiano andino, come la cultura di Tiahuanaco.

Quando i corteggiatori arrivarono, si esibirono in una lunga danza rituale, mentre le donne li guardavano con occhio critico, scegliendo infine i loro amanti. Seguirono altri rituali, a cui si unì anche la capa nel suo meraviglioso e scintillante costume arcobaleno. Mentre proseguivano i festeggiamenti e le donne offrivano squisite prelibatezze agli amanti, il team della spedizione si allontanò con discrezione per non disturbare il convito amoroso. Dopo due settimane Prado ritornò giusto in tempo per assistere agli addii e vedere gli amanti che tornavano a casa insieme ai bambini, pieni di regali, consegnati loro dalle donne con grandi cerimonie. In piedi, disposte su due file sulla sponda del fiume, le Amazzoni cantavano melanconiche canzoni d'addio. Prado conclude il resoconto dicendo che in quel luogo aveva avuto la possibilità di intravedere un modo di vivere che proveniva da un'antica tradizione tribale e che si era dimostrato funzionale per un lunghissimo periodo di tempo.

c-336-b Tutti questi vari aspetti sono strettamente correlati tra loro e portano alla conclusione che le Amazzoni erano donne ARUACHE che edificarono il loro regno sulle fondamenta della loro antichissima cultura matriarcale. Ma cosa spinse certi gruppi di donne ARUACHE a fare una cosa così straordinaria come fondare un regno amazzone?

c-337-b La leggenda delle Amazzoni, narrata da Schomburg, ci fornisce un indizio di come potè essere creato il regno amazzone sull'Orinoco e su altre catene montuose.

Sotto il regno della coraggiosa Toeyza, moglie del capo, tutte le donne sposate della comunità si riunirono per fondare la società segreta del Giaguaro e opporsi così alla tirannia dei mariti. (Il giaguaro rappresenta il lato oscuro della luna, come Tamulu, giudice cosmico e vendicatore dell'ingiustizia). Gli uomini costringevano infatti le donne a lavorare senza tregua, in una quotidiana umiliazione. Ma la società fu scoperta da tre uomini e il giaguaro sacro ucciso davanti ai loro occhi. Le donne allora avvelenarono i mariti e fuggirono attraverso le foreste in una lontana terra a oriente. Portarono con sé provviste, amache e armi, dichiararono la loro indipendenza e si fecero chiamare "IL POPOLO DELLE DONNE" (Worisiana). Attaccate dagli alleati dei mariti, si difesero egregiamente con archi e frecce, e, alla fine, si fermarono e fondarono il loro regno nella Sierra Parima. Il codice sociale promulgato da Toeyza, loro prima regina, era ancora in uso quando gli esploratori vennero a sapere delle Amazzoni. Il racconto non è "UNA LEGGENDA CREATA DAGLI UOMINI PER GIUSTIFICARE IL LORO DOMINIO SULLE DONNE", secondo l'interpretazione che gli studiosi patriarcali danno a questo genere di storie. La domanda giusta infatti è: perché all'improvviso delle donne sposate si ribellarono allo status quo? Se il trattamento meschino dei mariti fosse stata la sola forma di matrimonio che conoscevano, cosa le avrebbe rese improvvisamente così insofferenti? È molto più verosimile che l'asservimento agli uomini fosse per loro una condizione nuova, visto che prima vivevano in una cultura matriarcale. L'esperienza vissuta all'interno di quell'ordine sociale aveva dato loro fiducia in se stesse e forza sufficienti per opporsi alla sopraffazione maschile descritta nella leggenda. Gli ARUACHI possedevano sicuramente questo genere d background matriarcale e le misure adottate dalle donne nella leggenda appaiono dunque plausibili. Sono il riflesso del passaggio dai modelli matriarcali a quelli amazzoni, modelli che adottarono per resistere al primo brutale tentativo patriarcale degli uomini di renderle schiave.

Ma chi erano i loro mariti? Non potevano provenire dallo stesso popolo delle donne, dove gli uomini non erano probabilmente abituati ad una moglie fissa, né a pensare che le donne potessero essere umiliate. I mariti dòvevano essere membri di altre comunità, tribù che attaccarono e conquistarono quelle a cui appartenevano le donne, obbligandole a sposarli.

c-338-b Per un lungo periodo, fughe e migrazioni permisero loro di preservare l'antica cultura matriarcale. Altri, che invece erano già stati conquistati, svilupparono modelli che ricalcavano quelli della ribellione delle donne amazzoni e si appropriariono delle armi del nemico, arco e frecce, per difendere la loro libertà.

339 ****** 2-11.3 339 0 Le rotte marittime per il Sud America
c-339-b Esistono ancora oggi dei discendenti dei Chibcha, e, per quanto vivano in condizioni più arretrate, meno progredite dei loro progenitori, mantengono ancora alcune caratteristiche che si dimostrano utili alla nostra analisi. Nelle foreste montane dell'Ecuador, i Capaya continuano a osservare la matrilinearità e a costruire grandi case del ...

c-340-b ... clan su pali, oltre a mantenere in vita una sviluppatissima cultura marittima. Un altro esempio è fornito dai SHIPIBO della foresta pluviale che si trova nella parte orientale del Perù: la loro organizzazione sociale mostra ancora la matrilinearità e la matrilocalità, e le donne SHIPIBO possiedono un livello straordinario di fiducia in se stesse in confronto a quello delle donne di altri popoli amazzonici.

c-343-b Esistono sorprendenti somiglianze tra le prime culture matriarcali dell'Asia orientale, ricche di arti e ceramiche come quella JOMON del Giappone e yue della Cina meridionale, e le culture associate alla VALDIVIA; queste culture sono state spesso oggetto di studi accurati.

c-344-b La prova più lampante di questa spiegazione è la sostanziale somiglianza tra le culture delle isole del Pacifico e le antiche culture sudamericane.

c-346-b Anche la moderna genetica umana conferma l'esistenza di un lignaggio genetico nelle Americhe che non conduce alla Sibera o all'Alaska, le regioni del nord da dove erroneamente si pensa provenissero le popolazione che per prime le hanno abitate. Questo lignaggio ha una presenza più consistente nell'America centrale e meridionale e sembra che abbia la sua origine nell'Asia sudorientale.

347 ****** 2-11.4 347 0 Per comprendere la struttura delle società matriarca (continua)
c-347-b I regni delle Amazzoni sono esistiti (in parecchi continenti). Le Amazzoni vanno tenute distinte dalle donne matriarcali che combatterono a fianco dei loro uomini; furono, al contrario, guerriere di professione che fondarono società da cui gli uomini erano esclusi. I regni amazzoni sono una variante particolare dell'ordine sociale matriarcale.

349 ****** 2-12.0 349 0 CAPITOLO 12 LA DIFFUSIONE DEL MATRIARCATO IN AMERICA
c-349-b
352 ****** 2-12.1 352 0 I CUNA, il popolo dorato
c-352-b Vicino a questo antico centro culturale della Colombia vive popolo CUNA. Sono i discendenti dei Chibcha e ancora oggi ne parlano la lingua: un tempo, prima di cadere sotto la pressione dei conquistatori europei, il livello della loro cultura era molto più sofisticato. Grazie a una tenace resistenza e all'isolamento del loro territorio riuscirono a rimanere indipendenti e a salvare almeno le basi della loro civiltà. Vivevano lungo l'istmo di Darién, e dalla Colombia arrivarono fino all'istmo di Panama. Paludi, foreste pluviali e zanzare rendono la zona così inospitale che qui si interrompe persino l'autostrada panamericana che va dall'Alaska alla Terra del Fuoco. In tutta la regione non c'è nemmeno una strada.

c-353-b I CUNA sono, per entità, uno tra i gruppi indigeni più consistenti dell'America centrale ad aver mantenuto la propria cultura originaria. Chiamano la loro terra "CUNA YALA" e durante la ribellione della "DULE DEVOLUTION" del 1925 (con l'aiuto degli Stati Uniti) l'hanno difesa dal governo di Panama. CUNA YALA è politicamente indipendente ed è tenuta sotto un controllo così stretto che, fino a poco tempo fa, nessun visitatore straniero poteva fermarsi per la notte. La loro politica attuale funziona talmente bene che sono riusciti a preservare la loro cultura e nel contempo a essere considerati "MODERNIZZATI" dal governo panamense, dai missionari cristiani e perfino dagli etnologi.
c-354-b Ciononostante, molti di loro sono stati acculturati dalle attivita missionarie della chiesa cattolica, dallo stile di vita cittadino di Panama City e dal crescente turismo. Il focus della mia analisi riguarda però la loro cultura tradizionale, praticata da millenni, e che oggi persiste nei villaggi del bush dell'interno e su molte isole.

c-355-b L'economia delle donne CUNA non si limita solo alla vendita delle mola; possiedono anche la casa del clan, costruita su una struttura di legno massiccio importato dalla terraferma, con i muri di strisce di bambù, tenute insieme dal solo intreccio, e il tetto di fronde di palma. All'interno ci sono amache, sgabelli di legno e, nei tempi passati, i tipici telai orizzontali degli ARUACHI. Le donne possiedono la terra, che non può essere venduta, e tutto quello che vi cresce sopra specialmente la palma da cocco. Gli uomini raccolgono le noci di cocco e le consegnano alle donne, che le vendono alle navi mercantili.

c-356-b Tutto sommato sono gli uomini a procurare i generi alimentari, ma li consegnano poi alle donne e, in particolare, alla madre del clan, o matriarca: gli alimenti appartengono quindi alle donne, che preparano il cibo e lo distribuiscono al clan, e per questo motivo sono considerate le sostentatrici della famiglia. La madre del clan decide i bisogni di ciascuno e i lavori che devono essere fatti nei campi, oltre a distribuire i compiti domestici.

c-357-b Anche lo sposo della madre del clan e i suoi generi fanno parte della famiglia; l'ordine sociale dei CUNA è dunque matrilineare e matrilocale. La discendenza è tracciata per linea femminile, e le donne legate da parentela di sangue vivono insieme nella casa del clan della madre, mentre i loro fratelli e figli si trasferiscono nelle case del clan delle suocere.

358 ****** 2-12.2 358 0 Le credenze e la cerimonia religiosa dei CUNA
c-358-b Nella casa assembleare cantano due volte la settimana, per sessioni di diverse ore, il ricco tesoro del mito davanti a un pubblico di donne e uomini; a volte i capi delle altre isole si uniscono al canto con storie che possono durare dai tre ai sette giorni.

c-359-b Nei tempi passati, questa pratica era chiamata "CANTARE LE IMMAGINI". Il suo linguaggio, che si basa sui segreti stessi della vita, è condiviso da tutte le tradizioni CUNA: è l'arte delle donne di raccontare storie attraverso le immagini, i disegni tradizionali delle mola, i cui nomi altro non sono che le parole dei canti rituali e delle canzoni sacre cantate dagli uomini saggi.

c-360-b Nel loro mondo tutto ha un'anima: rocce, acqua, vento, piante animali e persone, tutti possiedono un'anima.

c-361-b È interessante notare come le persone nell'aldilà possano assumere forme di piante e di animali, e come le anime delle piante e degli animali possano assumere forme umane. Le anime delle piante sono donne, mentre quelle degli animali sono uomini. I CUNA spiegano questa opportunità di scambio con il fatto che piante, animali ed esseri umani sono uguali. Le anime degli animali e delle piante possano essere anche più sagge di quelle umane, perché giungono agli uomini in qualità di maestre quando, per esempio per curare e nutrire, suggeriscono come usare una certa pianta o un certo animale. Questa concezione ha dato origine all'idea dei nutchu, spiriti protettori, le cui figure sono incise nel legno di balsa e usate nei riti di guarigone.

c-364-b Presso le società matriarcali, come abbiamo visto nell'esempio dei CUNA, la cerimonia più importante è l'iniziazione delle ragazze perché tramite loro si rinnova la fertilità e si alimentano le speranze per la continuità della vita sulla terra. Ogni giovane donna incarna la dea stessa, dispensatrice di nuova vita. L'iniziata è anche la personificazione di una delle sue antenate claniche che, reincarnatasi in lei, porterà avanti la vita del clan.

369 ****** 2-12.3 369 0 Le meravigliose e potenti donne di Juchitán
c-369-b Uno di questi è che la casa appartiene soltanto alla donna e questo perché, con il suo lavoro di artigiana e commerciante, si prende cura degli aspetti organizzativi e finanziari degli affari della famiglia: la costruzione della casa, la sua gestione economica e l'educazione dei bambini. Più avanti nella vita, lascia la casa in eredità alle figlie, precisamente alla figlia minore, che rimarrà con lei per occuparsi della sua vecchiaia.

c-369-b Durante la giornata coltivano la terra irrigando i terreni: alcuni pescano lungo la laguna o sul litorale. Il commercio è affare di donne, mentre l'agricoltura è appannaggio degli uomini, che possiedono i campi, passandoli in eredità di padre in figlio. Non possono tuttavia trarne profitto personale perché i frutti del loro lavoro, ossia tutto quello che produce la terra, ritorna nelle mani delle donne e delle loro famiglie.

c-370-b L'intera economia di Juchitán è nelle mani delle donne, che provvedono al sostentamento, un'organizzazione tipica anche di altre società matriarcali. In un sistema economico del genere, le lotte tra i sessi non esistono: per essere in regola ognuno rispetta la divisione del lavoro. Le donne ritengono che i loro uomini siano "MOLTO UTILI" e gli uomini di Juchitán sono orgogliosi delle loro "DONNE MERAVIGLIOSE E POTENTI".

c-371-b La povertà e la mancanza di sviluppo, dilaganti in altre parti del Messico, sono sconosciute a Juchitán, dove le donne mantengono un'economia tradizionale su base regionale, perlopiù autosufficiente. Le risorse non vengono convogliate fuori dalla regione in mercati nazionali e internazionali che si basano sullo sfruttamento e che sviluppano commerci iniqui di materie prime a basso costo in cambio di beni industriali a caro prezzo. Ogni cosa qui è prodotta, lavorata venduta e consumata localmente. I prodotti del posto sono molto più apprezzati di quelli importati, e la gente va fiera del cibo, dei vestiti e della musica di Juchitán. Questo è anche il motivo per cui le aziende non locali, come fabbriche e supermercati, non sono riusciti a guadagnare terreno a Juchitán. Allo stesso tempo le attività delle donne, specializzate nel produrre cibo, vestiario di qualità e nel promuovere un tipo di vita confortevole, sono molto apprezzate perché si confrontano con tutti gli aspetti importanti della vita. Questo consente loro di poter gestire la famiglia e l'economia di mercato senza dover ricorrere a interventi esterni. Le donne non hanno mai smarrito il senso della loro identità etnica, del rispetto di sé, o la loro dignità. Non sono, infatti, una "CLASSE POVERA", come a volte è stato erroneamente affermato; la questione è che non pensano in termini di classe. Il fenomeno del cosiddetto "TERZO MONDO" si manifesta solo dove questo tipo di economia di sussistenza, sfruttata e trattata con disprezzo dal sistema economico capitalista, non consente più l'autosufficienza. A provocare fame e miseria è il conseguente danno sistemico alla dignità e all'autostima delle donne e dei contadini.

c-372-b Un'altra caratteristica tipica di questa economia è che raggiunge l'apice del prestigio non chi ha più denaro, ma chi ha dato di più agli altri. È proprio quello che avviene spontaneamente nei numerosi festival; solo a Juchitán, in un anno, se ne contano trentacinque. Queste feste, radicate negli antichi festival agrari stagionali, si sovrappongono a quelle cristiane dell'anno ecclesiastico. Si celebrano poi anche i riti di passaggio, come l'iniziazione delle ragazze nel quindicesimo anno d'età, la cerimonia di matrimonio e la festa in onore degli anziani.

I festival, o "VELA", durano dai due ai quattro giorni e richiamano dalle duemila alle tremila persone, tutte ospiti della donna che li allestisce e li organizza, la mayordoma, che si impegna a pagare ogni cosa. Le feste sono soprattutto un'attività delle donne, che sono al centro dell'economia. Pianificano, dirigono e realizzano gli eventi mentre gli uomini si cimentano come musicisti, oppure restano dietro le quinte.

c-373-b Questo è il punto: l'economia locale, a Juchitán, non si fonda tanto sull'accumulo di ricchezze personali, quanto sulla condivisione dei beni, secondo criteri che premiano la mutualità. Questo tipo di "ECONOMIA DEL PRESTIGIO" ruota intorno al rafforzamento del legame sociale grazie al festoso consumo collettivo dei beni, che anziché essere accumulati dai singoli individui, circolano come doni.
c-375-b Succede così che un prodotto può anche costare di più, ma poichè lo stai comprando da un'amica, la vendita diventa un modo per approfondire l'amicizia. Questa è anche la ragione per cui i supermercati stranieri, come WalMart(2005), non hanno mai avuto successo a Juchitán. Come dicono le donne del posto: "Lì NON PUOI PARLARE, NON PUOI CONSULTARTI CON LE ALTRE, NON PUOI FAR ALTRO CHE PAGARE". E non demordono.

376 ****** 2-12.4 376 0 Il ciclo di vita delle donne juchiteche
c-376-b I ragazzi, una volta diventati adulti, abbandonano il nome del padre, probabilmente a causa degli scarsi rapporti che hanno con lui, visto che il divorzio è facile e diffuso e, anche se vige ufficialmente la monogamia, la maggior parte delle donne ha bambini con più uomini. I bambini vivono sempre con 1a madre da; da qui, la scelta comune del nome materno. Il lignaggio paterno diventa importante solo nel caso in cui ci siano terreni da ereditare, visto che vengono tramandati di padre in figlio.

c-376-b Una figlia non farà mai niente contro il volere della madre, e questo vale anche nella scelta dell'uomo da sposare. Attraverso la pratica del "RAPIMENTO DELLA SPOSA", la ragazza ha infatti la facoltà di scegliere il suo primo amante: di comune accordo, lui la rapisce e la porta nella casa della propria madre, dove lei si lascia deflorare. Dopodiché con una delegazione di donne arriva la madre della ragazza e sistema le cose con quella di lui affinchè siano garantite le migliori condizioni di matrimonio.

c-376-b Il marito vive con lei e, in caso di divorzio (che è diffusissimo), ritorna nella casa della madre.

c-377-b Se una ragazza non lo desidera, non deve passare per forza attraverso una cerimonia nuziale, perché ciò non costituisce il presupposto per accedere a uno stato di indipendenza e di libertà sessuale. La libertà si ottiene una volta raggiunta l'età da matrimonio e non attraverso un rito: il matrimonio, perciò, non è un obbligo vincolante.

In questa cultura, un ragazzo potrebbe desiderare di essere una figlia, invece che un figlio, quindi l'organizzazione sociale di Juchitán prevede che il genere possa essere scelto: se un ragazzo decide di essere una "FIGLIA", sarà vestito ed educato come una ragazza e svolgerà attività femminili, cioè il commercio. Sarà considerato una muxe, e trattato in tutto e per tutto come una donna, anche nelle faccende d'amore; si fidanzerà dunque con un partner di sesso maschile. La stessa cosa vale per le ragazze: se una ragazza vuole essere un figlio, il che in una società matriarcale è generalmente meno ambito, sarà vestita ed educata come un maschio e, come marimacha, andrà a nei campi con gli uomini. Come partner sessuali avrà delle donne.

Il cambiamento di ruolo di genere avviene anche in molte altre società matriarcali, ma si tratta di un fenomeno che non è stato ancora abbastanza studiato. In ogni caso, è la dimostrazione che nei matriarcati l'amore con una persona dello stesso sesso non è tabù, ma è considerato un'inclinazione naturale. Nei passaggi di ruolo di genere, ciò che viene mantenuto è l'aspetto tradizionale e le sfere di vita associate a ciascun sesso, vale a dire che la polarità maschio-femmina non viene abbandonata.

c-379-b Con l'influenza missionaria degli invasori spagnoli molte dee della terra messicana finirono per essere identificate con la Vergine Maria, e lo stesso è avvenuto con Nohuichana. Dunque è difficilmente una coincidenza che la chiesetta di Juchitán, detta la "CHIESA DEL PESCATORE", sia il luogo dove le donne accendono le candele alla Vergine Maria.

I preti cattolici vengono continuamente sostituiti perché non riescono a convertire la gente ai dogmi ufficiali della chiesa. Dipendono dalle donne indigene per le loro festività, visto che ricevono anche il contributo finanziario delle mayordoma. Quei preti che con i loro sermoni contrastano i piani delle donne hanno vita breve a Juchitán. È emblematico che la messa non si tenga quasi mai in chiesa ma nelle case delle donne, dove serve ad arricchire le loro feste. A Parte questo, nella sua casa, ogni donna è la sacerdotessa indiscussa dei riti del ciclo vitale della famiglia. Si celebrano quindi sempre due cerimonie di battesimo e due di matrimonio, una in chiesa e una in casa. Anche le levatrici e le sciamane guaritrici godono di grande rispetto in città; si recano nelle case a svolgere riti di guarigione presso gli altari di famiglia. In questo modo, continuano a rispettare allora come oggi, i principi e le pratiche della cosmologia indigena tradizionale.

c-380-b L'esempio di Juchitán è comunque straordinario, perché l'ordine sociale matriarcale è riuscito a sopravvivere proprio qui, e non in una lontana enclave rurale, ma in un centro di transito molto frequentato. Questo sistema sociale non si è conservato spontaneamente, ma ha avuto bisogno di essere prodotto e rigenerato costantemente dalla gente, passando attraverSO ogni crisi. È il risultato della solidarietà fra donne, del loro inflessibile indipendentismo rispetto al mondo esterno, e del loro continuo intervento nella politica degli uomini. Sappiamo dalle testimonianze che nei secoli passati ci sono stati continui scontri tra la popolazione di Juchitán e i poteri coloniali spagnoli: le rivolte erano frequenti e le donne hanno sempre combattuto a fianco degli uomini.

c-381-b Le pianure del golfo di Tehuantepec includono altre piccole città che comprendono in tutto circa 250.000 persone e che, non diversamente da Juchitán, funzionano come città-repubbliche indipendenti, un modello politico di tutto rispetto che risale a prima degli imperi indigeni. Elementi matriarcali, come quelli sopra menzionati, si ritrovano anche in queste altre città, sebbene Juchitán sia la più conservatrice ma al contempo anche la più ribelle. Grazie alla crescente autoconsapevolezza delle popolazioni indigene del Messico, le donne delle città vicine adottano sempre più spesso le strategie di lotta delle vincenti donne di Juchitán.

387 ****** 2-13.0 387 0 CAPITOLO 13 – IL NORDAMERICA: I POPOLI MATRIARCALI CHE MIGRARONO DAL SUD
c-387-b
387 ****** 2-13.1 387 0 Gli HOPI, il popolo della pace
c-387-b Gli HOPI, che vivono nella parte sudoccidentale del continente nordamericano, fanno parte delle popolazioni PUEBLO e si autodefiniscono il popolo della pace (mappa 8). Un nome appropriato, perché nonostante le pene che sono state loro inflitte dagli oppressori spagnoli (1540-1870) e anglo-americani (dal 1870) non hanno mai impugnato le armi contro gli usurpatori. Perfino di fronte alle continue incursioni delle altre popolazioni indigene, come gli Ute e gli Apache navajo (che chiamano se stessi Diné), hanno imbracciato le armi solo in casi eccezionali, per difendersi. Con parole loro, è meglio morire di fame che morire in guerra. Solo la cordialità riesce a persuaderli, non la forza, che su di loro non sortisce alcun effetto. Indifferenti all'autorità hanno condotto una tenace e creativa campagna di disobbedienza civile non violenta contro il governo degli Stati Uniti per salvare la loro antica cultura, campagna che in alcuni villaggi sta ancora continuando. Pochi di numero e poveri di ricchezze materiali, possiedono un enorme coraggio morale.

c-391-b I cesti erano così ben fatti che ci si poteva trasportare l'acqua: ecco perché gli archeologi l'hanno chiamata "CULTURA DEI CESTAI". Ricavavano inoltre le loro coperte dalle pelli di coniglio. Entrambe le arti sono appannaggio delle donne HOPI che le hanno praticate fino al XX secolo inoltrato.

c-392-b I KIVA adibiti alle cerimonie religiose, con le loro meravigliose pareti interne dipinte, erano ovunque. In ogni parte della regione anasazi, ognuna di queste ere della cultura PUEBLO ha lasciato dietro di sé i petroglifi e i pittogrammi che decorano le pareti dei canyon laddove un tempo erano ospitati i luoghi adibiti al culto della natura; la maggior parte di questa arte rupestre riflette dunque temi religiosi. Sono del tutto assenti rappresentazioni di guerra o di personaggi altolocati, come re, nobili o esponenti dell'élite religiosa un'assenza che ha portato gli studiosi a concludere che le culture PUEBLO erano insolitamente egualitarie e amanti della pace; tra le altre cose, non avevano nemmeno un sistema di classe, cosa che li caratterizza perfino oggi.

c-393-b Quando gli ignari preti spagnoli ordinavano a un indigeno di costruire un muro, questi si mostrava perplesso, mentre una folla di donne e bambini lo circondava tra urla e risa: per loro era la cosa più ridicola al mondo che un uomo costruisse un casa. Infatti, le grandi corti e le chiese dei missionari furono edificate, come loro stessi riferiscono, soltanto dalle donne e dai bambini, mentre gli uomini erano impegnati a tessere, coltivare e cacciare e, se necessario, a combattere. Nelle culture HOPI e Zuni, quella dell'edilizia, a eccezione della messa in posa delle pesanti travi del tetto, è stata praticamente fino ai giorni nostri una pratica esclusiva delle donne.

c-395-b Lo stile della costruzione PUEBLO perfino nella sua architettura riflette la famiglia matrilocale e la formazione del clan, non solo perché le case appartengono esclusivamente alle donne, che le hanno in gran parte costruite, ma anche perché le residenze delle figlie sono costruite vicino o in cima alla casa principale. Il risultato è la tipica costruzione PUEBLO, fatta di cubi aggiunti e giustapposti, il cui sviluppo spontaneo e irregolare riflette il modello di espansione caratteristico dei clan femminili.

c-396-b Il rapporto tra i sessi si esprimeva così attraverso la forma di un classico matrimonio di visita matriarcale.

Questo tipo di relazione venne fortemente osteggiato dai missionari fino a essere abolito, sicché gli HOPI, come i PUEBLO, finirono per vivere in una rigida monogamia. Il concetto di padre e di paternità individuale entrò così nella loro cultura, insieme all'esortazione a vivere una "DIGNITOSA" vita famigliare, con l'obbligo per il marito di vivere nella casa della moglie (residenza uxorilocale), anziché dormire nel KIVA. Ciononostante, sono rimasti fedeli al loro retaggio matriarcale: ancora oggi il marito continua a essere trattato da ospite nella casa della moglie, i bambini non portano il nome del padre, divorziare è facile e non reca alcun danno alla reputazione di una donna, e la base della vita poggia sul clan matriarcale.

Il matriclan è anche l'unità sociale di base degli HOPI ed è guidato dalla donna più anziana. E formato dalla matriarca, dai suoi fratelli, dalle figlie (se sposate i mariti vivono lì come ospiti), dai figli non sposati, dalle nipoti e dai nipoti. Nel clan, le sorelle allevano insieme i bambini, che si rivolgono a tutte le donne chiamandole con lo stesso nome: "MADRE". Gli adulti a volte non sanno chi sia la loro vera madre. Se muore una sorella, le altre adottano immediatamente i suoi figli e l'evento non ha particolari ripercussioni sull'andamento domestico.

c-398-b Il ruolo delle donne nel sistema cerimoniale HOPI è stato perlopiù sottovalutato; gli etnologi maschi ritengono che le donne siano lì solo per "ASSISTERE" allo svolgimento o per servire i danzatori. Gli uomini HOPI della tradizione esprimono un punto di vista che è esattamente il contrario: dicono che senza le donne, niente può succedere, e che le donne sono l'unica ragione per cui fanno tutto questo.

c-399-b Per quanto riguarda il divorzio, la donna HOPI decide da sola, e non deve cedere nulla della produzione dei suoi campi. Quando vuole separarsi dal marito mette semplicemente fuori dalla porta le sue cose, e lui ritorna nella casa della madre o della sorella più anziana. Le donne però non abusano della loro posizione di potere ed è dimostrato dalle buone relazioni e dal rispetto reciproco all'interno della famiglia.

c-399-b È alla figlia maggiore che la donna HOPI lascia in eredità la casa e la terra, insieme alla responsabilità del raccolto e alla relativa responsabilità di nutrire i membri del clan, sia vivi che morti.

399 ****** 2-13.2 399 0 Le feste del ciclo della vita e le cerimonie agricole
c-399-b La vita tradizionale degli HOPI è scandita dalle cerimonie, che costituiscono il fulcro del loro mondo. Tutte le feste del ciclo della vita si tengono in casa e sono svolte esclusivamente dalle donne del proprio clan o da quelle del clan dello sposo. Gli uomini non sono presenti: durante le cerimonie domestiche delle donne trascorrono le loro giornate nel KIVA, e ci rimangono anche a dormire. Questo spiega perché le cerimonie di famiglia delle donne sono perlopiù assenti dalle descrizioni degli etnologi, mentre viene prestata un'attenzione unilaterale ed eccessiva alle cerimonie pubbliche degli uomini. Le cerimonie domestiche più importanti sono quelle dedicate alla nascita, all'iniziazione delle ragazze, al corteggiamento e alla morte. Il caso dell'ormai desueta cerimonia di iniziazione delle ragazze, o poli-inte-veplaluwa, dimostra con chiarezza che nella tradizione HOPI è la donna a corteggiare l'uomo, e non il contrario.

c-400-b La caccia ai cacciatori è un'antica usanza dei popoli PUEBLO, come rivela anche la loro mitologia. Le donne di solito sono considerate eroticamente più vivaci degli uomini. Nelle storie di corteggiamento è sempre l'uomo che, più timido, viene inseguito o invitato esplicitamente dalla donna. Non è raro che un cacciatore maschio scappi dalle donne per sfuggire alle loro magiche arti erotiche; le ragazze e le giovani spose sono considerate particolarmente pericolose.

c-401-b Seguono poi i rituali più importanti, quelli che vincolano i due clan. La loro alleanza viene sancita con una serie di attività reciproche: il clan dello sposo prepara l'abito nuziale della sposa, con le donne che filano il cotone e la lana, e gli uomini che li tessono. Il vestito da sposa, a cui sono attribuiti poteri magici, rimarrà per tutta la vita il suo costume da cerimonia, e quando morirà verrà sepolta con questo abito. Confezionarlo richiede un lavoro complesso e ci vorranno parecchi anni per finirlo, anni durante i quali la sposa servirà la suocera. Una volta pronto l'abito la sposa verrà vestita di tutto punto e riportata nella casa di sua madre, dove sono già pronte grandi ceste piene di cibo; sono i doni per il clan dello sposo, segno che il lavoro è stato apprezzato. L'accordo di mutuo aiuto a cui i due clan sono pervenuti, è sancito davanti a tutti allorché la sposa compare nel suo magnifico abito nuziale alla cerimonia pubblica nella piazza del villaggio. È lei, e non lo sposo, a essere al centro di tutti questi eventi.

Nella cultura HOPI l'atteggiamento verso il sesso è molto libero senza falsi pudori. I flirt fra i giovani sono considerati naturali. pur ....

c-402-b ... non essendo ostentati. Le ragazze sono riservate e nessuna donna si mostrerà troppo appariscente di fronte a un uomo. Viceversa gli uomini che lanciano occhiate alle donne in pubblico, o che si vantano delle loro conquiste, sono guardati cоп disapprovazione. La regola di base è che se una donna elargisce i suoi favori a un uomo in cambio deve ricevere un regalo, sia essa giovane o vecchia, sposata o nubile, indipendentemente dal fatto che la cosa sia avvenuta dentro o fuori il matrimonio. La violenza contro le donne non esiste.

Alla sua morte la donna è avvolta nell'abito nuziale, mentre l'uomo in un semplice lenzuolo. Il volto del defunto viene coperto di cotone, a simboleggiare una nuvola; per lui viene messo da parte del cibo.

c-409-b Gli HOPI non riconoscono dunque nessuna vocazione particolare al sacerdote o alla sacerdotessa. Ogni persona riveste una funzione religiosa e spirituale universale, che non è circoscritta alle sole cerimonie, ma si esprime nella vita di tutti giorni. Le semplici azioni quotidiane sono simboliche e vengono compiute come piccoli rituali. Per esempio, quando un uomo semina dei chicchi di grano è come se con il suo gesto fertilizzasse la madre terra, venerandola con la semina; quando una donna macina la farina di mais per nutrire la famiglia, si comporta come madre terra, perché la farina è considerata il latte che scaturisce dal seno della dea. L'intero mondo, con tutte le sue manifestazioni e tutte le sue creature è vissuto come sacro, perciò ogni azione è una preghiera o un rito: questa è la pratica HOPI che viene messa in atto giorno dopo giorno. Di fronte a tale enfasi non ci si deve stupire se le cerimonie e i festival sono al centro della vita e se l'interconnessione sociale dei clan trova corrispondenza nelle cerimonie del ciclo annuale. Tutto questo conferisce all'organizzazione della comunità del villaggio un carattere di religiosità e, insieme alle altre manifestazioni, riflette la pervasività del sacro nella società HOPI. È perciò un eccellente esempio di come le società matriarcali funzionino in quanto società sacre.

410 ****** 2-13.3 410 0 Le divinità e la mitologia PUEBLO
c-410-b L'intero sistema cerimoniale HOPI, con il suo dettagliato calendario, è antichissimo e collima fin nei minimi particolari con il calendario rituale e il ciclo cerimoniale delle antiche culture messicane, in particolare con quello dei Maya. È evidente quindi che gli antichi popoli di agricoltori, ossia le classi inferiori su cui le antiche culture dinastiche messicane, come i Maya e i Toltechi, costruirono i loro imperi, devono aver mantenuto i modelli matriarcali originari. Sulla base dell'esempio degli HOPI possiamo immaginare come doveva essere la vita di quelle popolazioni. L'improvvisa caduta delle citta stato patriarcali dei Maya e dei Toltechi potrebbe essere stata la causa che portò questi popoli agricoli a migrare fuori dalle aree centrali, e con ogni probabilità lo stesso calo demografico potrebbe aver causato la scomparsa delle loro culture. Possiamo ipotizzare che quando le tendenze patriarcali delle classi dominanti divennero troppo vessatorie, i matriclan rurali abbiano scelto semplicemente di spostarsi, migrando da sud verso nord. Le culture PUEBLO rappresentano la punta più settentrionale della migrazione di quelle civiltà matriarcali dell'America centrale che non svilupparono mai regni patriarcali. Le loro profonde convinzioni spirituali li spinsero a continuare a vivere in modo semplice, come per millenni avevano fatto i loro antenati rurali.

La prova che conferma queste vicende storiche è codificata nei miti PUEBLO. Il mito HOPI della creazione umana inizia nel vasto e meraviglioso mondo sotterraneo da cui gradualmente risalirono gli esseri umani. I mondi che conducono dal basso verso l'alto sono sette: l'umanità ne ha già attraversati tre e ora sta vivendo nel quarto, passaggio da un mondo all'altro non è facile da realizzare ogni volta gli esseri umani si muονοmo spinti da una catastrofe che distrugge ogni cosa. I disastri sono il risultato della decadenza morale che si manifesta alla fine di ogni mondo: potere, avidità e sete di dominio tengono in pugno le persone e, non appena si costruiscono grandi città e vasti imperi, la via della semplicità viene abbandonata.

c-411-b Ogni mondo finisce progressivamente in rovina, ma tutte le volte un ristretto gruppo di persone umili e spirituali sopravvive e si salva; sono quei pochi che, per vie misteriose, vengono portati nel mondo successivo, aiutati dagli esseri più semplici, come le formiche o le piante di canna, per i quali questa gente non prova disprezzo. Ma l'aiuto più importante viene dato, secondo la mitologia tradizionale HOPI, da "KOKYAN-WUHTI", la donna ragno, l'anziana saggia, creatrice e guida dell'umanità.

c-413-b In questo ruolo è anche la dea del destino, poiché "CONTROLLA TUTTE LE ANIME, QUELLE BUONE E QUELLE CATTIVE, GENERA OGNI EVENTO ED ESPERIENZA, E CONOSCE OGNI COSA DEL MONDO". La sua immagine è una reminiscenza della dea luna maya, Ixchel, anche lei creatrice; come la donna ragno, Ixchel è l'antenata antica, protettrice dell'umanità, che muove i fili della vita e tesse la rete del destino. (Tessere era davvero un'attività sacra per le donne maya e lo è stata anche per quelle HOPI, fino a quando gli uomini non se ne sono impadroniti.) Presso le culture PUEBLO la donna ragno è una figura centrale, perfino per le donne e gli uomini di oggi, e compare come potere spirituale anche nella narrativa, che rimanda ai modi di pensare e alle forme rituali della tradizione.

c-416-b I "POPOLI PUEBLO" lungo il Rio Grande alla fine furono cristianizzati, cosa che fino a oggi gli HOPI sono riusciti a evitare. Tuttavia, perfino i PUEBLO cristiani del Rio Grande continuano a praticare le loro antiche usanze a fianco di quelle cristiane; per esempio la domenica dopo essere stati in chiesa, si recano nel "KIVA" per compiere gli antichi rituali. Così ancora oggi persiste una sottocultura che mantiene vivo il sistema di credenze e le cerimonie indigene.

423 ****** 2-14.0 423 0 CAPITOLO 14 - L'AMERICA DEL NORD: CROCEVIA DI CULTURE DEL SUD E DEL NORD
c-423-b
428 ****** 2-14.1 428 0 La storia degli Irochesi
c-428-b L'ipotetica organizzazione patriarcale fu loro imposta dagli euroamericani. Le strutture matriarcali erano diffuse e onnipresenti presso gli indigeni dell'America del Nord. Alla luce di questo contesto, l'immagine che vuole le donne indiane umili squaw sottomesse deve essere respinta e considerata una proiezione fantasiosa dei conquistatori bianchi europei e americani

È importante notare come nella storia antica l’influenza culturale dei costruttori di tumuli si sia affermata tramite il commercio e non con la guerra. La civiltà hopewell non fu un impero: non vi è alCUNA traccia di fortificazioni. A cominciare dall'800 d.C., l'importazione di nuovi tipi di cereali dal Messico garantì un buono standard nutrizionale nell'Ohio centrale e nelle fertili valli del Mississippi, ma provocò anche un aumento della popolazione e della competitività a causa delle scarse terre alluvionali. Tendenze patriarcali, come conflitti e guerre di aggressione per la terra, iniziarono a manifestarsi per la prima volta in alcuni luoghi circoscritti e, lungo il fiume Ohio, i discendenti della civiltà hopewell cominciarono a usare la loro abilità nel costruire terrapieni per erigere fortezze

429 ****** 2-14.2 429 0 La nascita della Confederazione Irochese
c-429-b La storia sociale dei popoli di lingua irochese ebbe uno sviluppo un po diverso. Vivendo ai margini della cultura del medio Mississippi, gli Irochesi nel nord-est e i Cherokee nel remoto sud-est, non solo continuarono a sviluppare le loro culture secondo i nuovi modelli agricoli e abitativi, ma la gente comune continuò a mantenere i precedenti schemi sociali matriarcali. Nel corso dei molti secoli che li aveva visti depositari della cultura dei costruttori di tumuli, si erano sviluppate in queste società anche delle élite gerarchiche patriarcali.

c-430-b Il terrore fisico e spirituale esercitato dal gruppo dominante dei sacerdoti alla fine portò le classi inferiori dei Cherokee alla rivolta determinando bruscamente la fine del potere clericale e, con esso, della cultura dei costruttori di tumuli e del dominio maschile nella regione. L'evolversi degli eventi non riguardò solo i Cherokee, ma coinvolse anche i Lenape, che posero fine in modo analogo al dominio dei preti. Presso gli Irochesi, la rivolta contro i sacerdoti portò alla fondazione della Confederazione delle Cinque Nazioni, nell'anno 1142. I cambiamenti culturali si erano radicati a tal punto che tutti e tre i Popoli non si limitarono a deporre l'élite sacerdotale, ma condussero a una nuova forma di governo che, in sostanza, fece piazza pulita dei privilegi gerarchici ereditari della dominazione maschile. Fu questa la base su cui gli Irochesi edificarono la loro illuminata costituzione e la famosa Confederazione, eccellente testimonianza di una società basata sul matriarcato e orientata ai beni comuni.

c-431-b Un'altra anziana del clan guidò i suoi nell'Ontario, dove sarebbero diventati gli Attiwendaronk (i "NEUTRALI"). Le madri dei clan in questione insegnarono ai loro popoli un nuovo tipo di agricoltura, la coltivazione estensiva di mais, fagiolo e zucca; tre piante perfettamente complementari che divennero il cibo di sussistenza di queste popolazioni. Il successo della pratica permise alle madri del clan di dare vita a una società agricola ed egualitaria, dove la volontà del popolo era sacra. Nel X secolo gli Attiwendaronk iniziarono a inviare all'esterno delle "EMISSARIE DI PACE" per divulgare la via del mais, il nuovo metodo di coltivazione, presso gli altri popoli irochesi,

c-432-b Verso il 1050 fece la sua comparsa uno dei due fondatori della futura Confederazione: era un giovane attiwendaronk del lago Ontario, chiamato il "PACIFICATORE". La sua prima mossa fu di chiedere a Jigonsaseh, la persona più anziana e più potente fra i due, di unirsi alla sua iniziativa di pace, di dar vita cioè a una Costituzione e a una confederazione basate sulla sua via del mais. Ci fu una trattativa fra i due che assegnò alle donne vasti poteri, sanciti da quella stessa costituzione che divenne la base della Lega degli Irochesi

c-432-b Più tardi seguirono la via del mais tutti i popoli che sarebbero confluiti nelle Cinque Nazioni: i Seneca, i Cayuga, gli Onondaga, gli Oneida e i Mohawk.

c-433-b L'esempio irochese è particolarmente degno di nota, perché dimostra che il modo di pensare e di agire matriarcale può sconfiggere una forma patriarcale.

436 ****** 2-14.3 436 0 La Costituzione e le strutture politiche
c-436-b Il principio della gemellarità si applica a tutte le cose del mondo, compresa la società umana, perciò al cuore della loro costituzione troviamo il maschile e il femminile. Il potere femminile è dunque associato alla terra, e ha carattere locale, mentre quello maschile è associato al cielo, e ha carattere federale. Fondamentalmente, c'è una parte femminile nel maschile, e una parte maschile nel femminile. I clan sono femminili, ma includono i maschi, e le nazioni sono maschili, ma includono le femmine. Tutte le questioni si risolvono al l'interno di queste energie polari.

c-437-b Gli uomini potevano discutere una questione solo dopo che era già stata presa in esame dalle donne, e questo rendeva il loro consiglio più influente di quello degli uomini; erano le loro decisioni, in definitiva a determinare l'agenda degli uomini.

c-437-b Il Consiglio delle donne del clan, in quanto unica autorità di governo a livello locale, è il primo diritto delle donne sancito espressamente dalla Costituzione. Il secondo è che le donne sono le uniche guardiane della guerra e della pace, hanno cioè il diritto di decidere in merito. Il principio che lo sostiene è che per assicurare un futuro alla società le donne e i bambini devono godere pienamente del diritto alla pace e alla sicurezza. Affinché venisse garantito, le donne irochesi custodivano le armi e ne permettevano l'uso solo dopo che il Consiglio delle donne del clan aveva deciso di sospendere il diritto alla pace con una risoluzione resa pubblica dalle sue rappresentanti le madri del clan, o i loro ambasciatori. Nel loro modo di vivere tradizionale succedeva tuttavia molto di rado, perchè le madri non avevano nessun interesse a sacrificare i figli.

c-439-b Così le faide erano la ragione formale per le delibere del consiglio di guerra, ma spesso mascheravano la sete di avventura e le ambizioni di promozione dei giovani uomini. Venivano portate avanti sulla base dell'iniziativa personale di volontari, e il loro protrarsi dipendeva unicamente dalla popolarità del capo guerriero che, dissotterrata l'ascia di guerra (un tomahawk dipinto di rosso e decorato con piume dello stesso colore),

441 ****** 2-14.4 441 0 La società irochese
c-441-b Le donne e le madri erano al centro della società e le madri del clan, o matriarche, portavano il titolo onorario di "GANTOWISA". Il clan matrilineare, che di regola era piuttosto vasto e poteva comprendere migliaia di persone, costituiva l'unità sociale più importante. Nel clan, le sorelle di una nonna erano chiamate nonne, quelle di una madre erano anch'esse madri, e i figli delle sorelle si chiamavano tra loro sorella e fratello. La parentela, come in altre società matriarcali, era concepita in senso comunitario e non individualistico.

I membri di una matrilinea vivevano insieme in un'enorme lunga casa o in più di una, se le persone coinvolte erano parecchie e, di conseguenza, in questi sistemi di vita matrilocali i partner nelle coppie sposate dipendevano meno l'uno dall'altro. Sebbene il padre biologico fosse conosciuto e rispettato, non rivestiva grande importanza e generalmente si recava solo in visita nella lunga casa della madre oppure viveva lì temporaneamente. Il fratello della madre, che normalmente viveva nella stessa casa del clan di lei, si assumeva la responsabilità di padre sociale.

c-445-b Hewitt (League), cit.; Schuhmacher, cit., pp. 86, 101. Come altri studiosi prima di lei, Barbara Mann mette in chiaro ancora una volta che la Costituzione della Lega degli Irochesi servì da modello per la costituzione democratica dei padri fondatori bianchi degli Stati Uniti, anche se purtroppo vennero omessi i diritti delle donne, creando così una democrazia per soli uomini bianchi. La forte posizione ugualitaria delle donne nella società irochese ispirò in seguito le pioniere del femminismo statunitense e diede loro, e alle loro sorelle europee, l'impulso ad avviare le lotte per l'uguaglianza dei diritti e per una vera democrazia (Souls of the Councils).

c-446-b Tutto ciò è la dimostrazione di come si costruisce un'autentica forma di unione matriarcale internazionale, capace di incorporare alleanze tra uguali basate su linee di parentela femminili, siano esse reali o simboliche. Una struttura del tutto diversa dallo stato patriarcale e dalla costruzione di un impero, che si basano sulle disuguaglianze generate dal dominio e dalla gerarchia.

447 ****** 2-14.5 447 0 L'economia irochese
c-447-b Questo sistema è incorporato anche in un altro importante diritto della costituzione irochese che riguarda le donne: sono le uniche custodi della madre terra. Lo erano e lo sono perché venivano identificate con lei e possedevano tutti i frutti che da lei si potevano ottenere. Erano infatti loro che avevano scoperto la via del mais, che l'avevano difesa contro ogni attaccO e poi donata al popolo. Le donne quindi controllavano e distribuivano tutti i beni e i servizi necessari alla vita.

All'epoca del contatto con gli europei, l'economia irochese si basava sull'agricoltura con la zappa: era tradizionalmente dominio delle donne e si coltivata su cumuli di terriccio. Questo tipo di agricoltura di sussistenza non era solo una modesta attività limitata a piccoli appezzamenti, ma una pratica di coltura itinerante altamente sviluppata e si estendeva su enormi campi che arrivavano a raggiungere migliaia di acri. Le donne coltivavano una combinazione ideale di mais, fagioli e zucche su diversi strati di terreno. Le piante, dette "LE TRE SORELLE" dai popoli delle foreste orientali, si alimentavano reciprocamente: i sinuosi fusti dei fagioli si arrampicavano sui robusti culmi delle piante di mais, mentre le enormi foglie della zucca ramplicante, crescendo velocemente, tenevano lontane le erbacce infestanti. Fornivano la base nutrizionale e permettevano di organizzare delle scorte di riserva. Con queste piante le donne assicuravano l'autosufficienza alimentare a tutta la popolazione.

c-449-b Comportarsi amichevolmente e donare con generosità erano le qualità più importanti delle donne irochesi, la cui presenza dava lustro ai ricevimenti per gli ospiti e ai banchetti delle grandi feste.

456 ****** 2-14.6 456 0 Le società di medicina e la mitologia irochese
c-456-b Oggi le donne irochesi della tradizione si stanno riappropriando dei loro ruoli di matriarche e sacerdotesse nelle società di medicina e hanno ricominciato a influenzare le decisioni del clan e della nazione su ogni questione, inclusi gli affari esteri. Nella resistenza opposta dai movimenti indigeni per l'autodeterminazione, le donne costituiscono l'avanguardia e le rinate società di medicina sono la più importante forza messa in atto per conservare le tradizionali culture matriarcali.

c-460-b La saggezza piena di sfumature della società, della politica, dell'economia e della spiritualità matriarcali irochesi subì un duro colpo con l'invasione europea. All'inizio, l'improvviso fiorire del commercio delle pellicce con gli europei fece guadagnare l'indipendenza economica ai giovani uomini, rafforzando in modo sproporzionato il loro ruolo, non solo nei confronti delle donne, ma anche del potere degli anziani. Alimentata dalla competizione con le altre nazioni crebbe anche la loro aggressività e l'intensificarsi delle continue guerre che seguirono finì per compromettere l'equilibrio sociale matriarcale. Divenuti soldati, i giovani acquisirono un peso politico straordinario, anche se determinato da fattori esterni. Costretti dalla conquista ad adattarsi alla guerra organizzata, i ruoli creati dalla mercificazione della guerra vennero istituzionalizzati, procurando ai capi guerrieri un'influenza politica permanente. Il vecchio ordine che si basava sulla parentela matrilineare ne uscì demolito, e le gerarchie militari surclassarono le strutture tradizionali. Così poco alla volta le gantowisa irochesi persero la loro posizione di potere.

c-461-b Il fatto che le gantowisa siano riuscite, nonostante la situazione, a tenere alta l'identità indigena del loro popolo dimostra l'abilità di sopravvivere di queste donne. Negli Stati Uniti hanno rivitalizzato le strutture matriarcali dei clan e nelle magre terre delle riserve si sono nuovamente riunite in gruppi di lavoro cooperativo per aiutare la popolazione a superare le difficoltà. Laddove non esistono riserve formano società di mutuo aiuto, meno visibili, ma ugualmente vitali. La continua rinascita delle società di medicina irochesi, che nonostante le grandi avversità restano le maggiori depositarie della tradizione indigena, ha consegnato al popolo una nuova dignità.

467 ****** 2-15.0 467 0 CAPITOLO 15 - MATRIARCATO DELL'INDIA DEL SUD
c-467-b
468 ****** 2-15.1 468 0 Il matriarcato all'interno del sistema di casta
c-468-b Non si espanse solo lungo le rive del grande fiume Indo, ma anche sul litorale, fino a raggiungere la Mesopotamia. Fiorì per ben oltre un millennio, fino a quando l'India nordoccidentale non fu conquistata dai patriarcali Ariani indoeuropei che, dopo aver distrutto la cultura dell'Indo, iniziarono a patriarcalizzare tutta l'India: il gerarchico sistema di casta dettato dalla religione risale a loro. Tutto ciò che rimane oggi in India della cultura preindoeuropea e prepatriarcale, e cioè pochi gruppi sparsi di indigeni, qualche lingua e alcuni costumi, va sotto il nome di "DRAVIDICO", un termine che non si riferisce a un popolo o a un gruppo tribale, ma a una forma di civiltà, quella matriarcale. "PREDRAVIDICI" vengono definiti i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico che precedettero per poi vivere al loro fianco, gli agricoltori del Neolitico, sopravvivendo in piccoli gruppi fino ai giorni nostri. Includono, tra gli altri, il popolo indigeno dei Vedda, che hanno continuato a vivere fino a poco tempo fa nelle foreste pluviali dell'India e dello Sri Lanka, conservando forme arcaiche di espressione e di stili di vita. Anche la loro organizzazione sociale era matrilineare, ma oggi si sono quasi totalmente estinti.

Intorno al 2000 a.C. giunsero dal nord gli Ariani indoeuropei che si autodefinivano i "NOBILI". Nel 1750 a.C. grazie alla superiorità delle loro armi di ferro, avevano già distrutto tutti i centri urbani lungo l'Indo. Si appropriarono della cultura dei predecessori, di ....

c-469-b ... gran lunga superiore, ma non delle credenze, e svilupparono una loro religione patriarcale, il bramanesimo vedico. Per migliaia di anni i suoi precetti si diffusero in tutta l'India, poiché tutti gli altri popoli e le altre religioni furono assoggettati al sistema gerarchico delle caste. Il coacervo di tante religioni e modi di vivere diversi, impregnati tutti, più o meno, di precetti vedici patriarcali, è oggi conosciuto con il nome di "INDUISMO". A differenza del bramanesimo, l'induismo non è una religione chiaramente definita, quanto piuttosto l'insieme dei diversi modi di vivere delle varie popolazioni autoctone dell'India che, insieme alle loro divinità e credenze, sono state integrate nel sistema di casta. Anche se deformati dalla pressione del bramanesimo di queste culture permangono innumerevoli elementi matriarcali.

c-470-b Dopo la distruzione della cultura dell'Indo, molti popoli di tradizione matriarcale fuggirono dall'aggressione ariana migrando con le loro navi verso sud, alla ricerca di una nuova terra. Lungo le coste occidentali i rifugiati raggiunsero l'India meridionale, compresa la regione del Kerala, nella parte più sudoccidentale, che costituisce il tratto a sud della costa di Malabar, con i suoi paradisiaci paesaggi lussureggianti, completamente isolati dal resto del paese dai Gati occidentali. La regione, con tutti i suoi popoli e le sue caste, è caratterizzata ancora oggi da molti elementi matriarcali, inclusi vari gradi di matrilinea o matriarcato. Tra questi popoli il più famoso è quello de NAYARi.

I profughi della cultura dell'Indo si rifugiarono anche sulle montagne dell'Himalaya e lungo il grande fiume Gange, i cui affluenti quasi raggiungono quelli dell'Indo, e si diressero verso il delta del fiume nell'India orientale.

473 ****** 2-15.2 473 0 Le donne e gli uomini NAYAR
c-473-b I primi viaggiatori stranieri che giunsero sulla costa di Malabar dopo Marco Polo rimasero sbalorditi dalla sua popolazione. Per cominciare furono colpiti dalla sfolgorante bellezza e dalla libertà sessuale delle donne NAYAR. L'eleganza, e la loro intelligenza, unite a un'alta autostima e ampiezza di vedute, sono state celebrate nei racconti dei testimoni oculari, come anche nella letteratura dell'India del Sud, che non mancò di celebrare la loro bellezza. Il coraggio degli uomini NAYAR suscitava altrettanta ammirazione. L'aspetto più singolare della cultura NAYAR sembra essere stata la coesistenza tra il libero stile di vita matriarcale e il rigidissimo induismo patriarcale professato dai bramini. I viaggiatori stranieri provenivano da ogni parte del mondo: Europa, Arabia, Persia, Cina. I re di Calicut e di altre città della costa portavano avanti infatti una serie di relazioni commerciali con gli stranieri d'oltremare, mentre non nutrivano un interesse particolare per il resto dell'India dal quale erano geograficamente tagliati fuori.

c-475-b Le massime preferite dei guerrieri NAYAR erano: "ONORE E GALANTERIA! LA SPADA E LA DAMA! AMORE E BATTAGLIA!". Erano uomini indipendenti, non legati da nessun vincolo famigliare. Erano le donne che si occupavano della casa, delle terre e della proprietà comune, e vivevano secondo le consuetudini matrilineari e matrilocali: come padrone della casa del clan erano indipendenti. Raggiunto il settimo anno di età le bambine e bambini entravano nelle scuole ginniche pubbliche dove ricevevano un addestramento fisico, in particolare nella lotta libera, ma imparavano anche a leggere e scrivere. Ecco spiegato perché il livello di istruzione dei NAYAR continua a essere piuttosto elevato.

479 ****** 2-15.3 479 0 I NAYAR i Pulayan e Parayan
c-479-b All'inizio i NAYAR si stanziarono sulla costa di Malabar, nel sud-ovest, dove in seguito fondarono tutte le loro città reali. Quindi si spinsero verso l'interno, tra la costa e le montagne, dove costruirono le loro case e, su grandi appezzamenti di terreno, le loro ville rurali. Tutto ciò però avvenne non senza che le popolazioni che già vivevano lì, i Pulayan e i Parayan, opponessero resistenza. Dediti all'orticultura e all'agricoltura, erano legati alla terra e non poterono sottrarsi ai conquistatori come fecero invece i popoli raccoglitori del le foreste degli altipiani che, semplicemente, migrarono. Prima del l'arrivo dei NAYAR, i diversi gruppi di popolazioni pulayan e parayan avevano vissuto per millenni nella regione secondo le loro antiche forme matriarcali. I NAYAR, che provenivano da una cultura urbana altamente sofisticata e avevano abitudini guerriere, riuscirono a ....

c-480-b ... soggiogarli e a trasformarli in schiavi e in gente di fatica. Si sviluppò perciò una struttura ambigua e, da un punto di vista storico, rara: un matriarcato bellicoso, sovrapposto a un antico matriarcato agricolo, dove perfino oggi ogni strato ha mantenuto il proprio carattere matriarcale. Anche se questa sovrapposizione non arrivò a costituire ancora quel rigido sistema di casta che sarebbe stato introdotto nei mille e più anni che seguirono dai bramini ariani con la loro religione patriarcale, accentuò l'ambiguità della società NAYAR.

Chi erano questi popoli che erano stati soggiogati dai NAYAR? I Pulayan sono fisicamente piccoli di statura, piuttosto scuri di pelle e vantano una lontana parentela con i Vedda, il primo popolo matrilineare dell'India. I loro utensili, che ricordano quelli della prima orticoltura del Sudest asiatico, non erano ancora ricavati dalla pietra, ma dal bambù. I loro clan e le loro tribù sono organizzati ancora oggi secondo principi esclusivamente matrilineari e sono associati alla matrilocalità, ai riti di pubertà delle ragazze, alla libertà sessuale delle donne, al matrimonio di visita e alla sepoltura in terra. Dopo l'invasione ariana, la consuetudine pulayan di trasmettere l'eredità in linea femminile divenne irrilevante, poiché vivendo come schiavi, non possedevano più terre da lasciare ai loro discendenti. Continuarono, tuttavia, a venerare le amma, una combinazione di madri ancestrali, antenate e dee del villaggio. Assorbirono inoltre le divinità NAYAR, Bhagavati e Kali, le grandi dee che le donne pulayan onorano con la passione nelle loro danze.

Il popolo parayan, detto anche holeya, è molto più numeroso di quello pulayan, e la sua agricoltura assai ben sviluppata. Il loro ordine matriarcale è simile a quello dei Khasi. Con l'arrivo dei bramini indù furono loro imposti sempre più elementi patriarcali, e furono punite quelle pratiche che deviavano dalla norma indù. In seguito all'introduzione del sistema di casta, queste popolazioni divennero pariah (da parayan), i poveri intoccabili, la casta più oppressa di tutte. Per più di duemila anni hanno dovuto sopportare tutte le umiliazioni che il sistema di casta poteva loro infliggere e sono stati disprezzati da tutte le altre caste, perfino dai Pulayan. Erano considerati così "SPORCHI" che era loro vietato alzare lo sguardo, perché anche l'occhiata più sfuggente poteva essere infetta.
c-483-b In due regioni del Subcontinente, il delta del Gange (Bengala) e la costa di Malabar (Kerala), queste culture si scontrarono con quella dei migranti provenienti dall'ovest che portarono con sé l'ordine sociale matriarcale urbano della cultura della valle dell'Indo. Questa fase fu seguita più tardi dalla conquista ariana e dal bramanesimo patriarcale. Di fronte a questa e ad altre invasioni, le popolazioni matriarcali agricolo-megalitiche del delta del Gange si ritirarono sulle montagne (alture del Khasi, Himalaya). Ma sulla costa di Malabar, che non offriva vie di fuga, queste forme matriarcali di organizzazione sociale si sovrapposero in modo gerarchico, cosa che nei matriarcati normalmente non succede.

486 ****** 2-15.4 486 0 L'organizzazione sociale dei NAYAR
c-486-b La madre del clan ripartiva con orgoglio tra le figlie i gioielli del clan e le aiutava ad adornarsi e ad acconciarsi; la loro bellezza era per lei una questione personale. Insegnava loro anche l'arte dell'amore. Spesso le giovani si recavano nel laghetto del villaggio a fare il bagno, mostrandosi in pubblico nel pieno della loro bellezza, decise a fare nuove conquiste. Gli uomini, estasiati, di notte andavano a far visita alle donne nelle loro stanze e si fermavano solo fino alla mattina, secondo la classica consuetudine del matrimonio di visita. Nella casa della madre ogni figlia in età da marito aveva la propria camera e poteva ricevere chi voleva. Quando una donna rimaneva incinta, o metteva al mondo un bambino, la madre diventava ...

c-487-b la sua amica più importante. Durante il periodo in cui le figlie erano impegnate tra amori e gravidanze, la madre si accollava l'educazione dei nipoti. Insegnava loro la storia e la religione del clan, e i bambini le obbedivano spontaneamente e di buon grado. Le donne raggiungevano la loro massima autorità dopo la menopausa: elargivano consigli ai fratelli più giovani e ai figli, frequentavano qualsiasi luogo del villaggio e intraprendevano lunghi pellegrinaggi. Quando la madre del clan moriva la figlia e il figlio maggiori presiedevano alla sua cerimonia funebre e ai sacrifici in onore degli antenati.

c-487-b Le sorelle guardavano spesso al fratello come al loro eroe e lo adoravano. Il rapporto con una moglie aveva una priorità secondaria, poiché era una persona esterna al clan a cui lui faceva visita solo di notte. Non era conveniente per uno sposo trattenersi troppo a lungo, o peggio ancora condividere i pasti in una casa del clan "STRANIERA".

488 ****** 2-15.5 488 0 I festival e la religione NAYAR
c-488-b Di solito i festival tradizionali del clan NAYAR gravitavano intorno alle donne. Si cominciava dalla nascita: i genitori preferivano le femmine ai maschi, poiché una volta adulte, avrebbero portato avanti la matrilinea. La nascita di una bambina era però già di per sé una fortuna anche senza pensare alla sua futura fertilità. Un calo di nascite femminili nel lungo periodo veniva vissuta come una crisi,

c-489-b Il momento più importante della celebrazione era quando i ragazzi legavano il tali d'oro ornamentale alla loro sposa rituale. Le coppie erano lasciate sole in camere singole, dove le ragazze venivano (simbolicamente) deflorate, in virtù del fatto che la giovane più grande sostituiva con il suo atto quello di tutte le altre, poiché è la fertilità e non la verginità, la qualità più preziosa nelle culture matriarcali. Alla fine del rito ogni coppia si immergeva in un bagno rituale di purificazione, finito il quale gli sposi simbolici si congedavano con un regalo.

c-490-b La terza fase del passaggio dalla giovinezza all'età adulta sarebbe stata l'unione con un uomo alla sua altezza. Per la ragazza iniziava quindi una vita di incontri erotici e di maternità. Poteva scegliere mariti, tanti quanti ne voleva, e quando voleva. Solo il primo di loro doveva ricevere l'approvazione della madre e del karanava, e l'unione era celebrata con una festa e uno scambio di doni tra i due clan. Il rito, chiamato sambandham, veniva svolto senza particolare sfarzo, perchè non era considerato un sacramento. Era una breve e semplice cerimonia, che in genere si svolgeva la sera tardi, e l'unione era considerata un semplice contratto che poteva essere sciolto secondo la volontà delle parti.

c-491-b Dopo il rito di sambandham la donna sarebbe stata libera di praticare la poliandria. Di regola, una donna NAYAR aveva dai tre ai dodici mariti, non consecutivi, ma contemporaneamente, secondo lo stile di vita poliandrico. I suoi mariti potevano essere un gruppo di fratelli, come in Tibet, ma anche non essere imparentati tra loro. L'unico divieto consisteva nel non scegliere uomini di una casta più bassa; la punizione per un simile affronto al clan era la morte. Anche gli uomini avevano diverse mogli contemporaneamente e, quando erano lontani per il servizio militare potevano contare, ovunque si trovassero, su un rifugio e sull'amore di una notte presso le donne NAYAR. Così, oltre ai regolari mariti, le donne potevano avere degli amanti occasionali. Quando un uomo si fermava a dormire nella stanza di una donna, lasciava sulla soglia la sua arma.

c-491-b Le felici relazioni tra i sessi nella società tradizionale NAYAR si fondavano su questo. Poiché l'amore sessuale non era condizionato da idee di possesso, non si svilupparono pratiche sociali particolari che fossero imperniate sulla proprietà, come è consuetudine nelle società patriarcali.

In ogni caso il legame più importante per una donna NAYAR non era quello con i suoi sposi, visto che si trattava di relazioni effimere che cambiavano spesso. Veniva riconosciuta invece la massima importanza al rapporto tra sorella e fratello, cosicché la polarità donna uomo non era rappresentata dalla moglie e dal marito, ma dalla sorella e dal fratello. Questa profonda relazione, che durava tutta la vita, aveva un proprio rituale, chiamato tulaganapati, durante il quale la sorella, con le mani piene di riso appena raccolto riempiva per tre volte, in segno di abbondanza la tasca tenuta aperta dal fratello, concedendogli la sua benedizione. In questo modo lei gli donava la magia della sua fertilità e della sua forza vitale, e lui la ricambiava adorandola come una dea.

c-492-b I serpenti sono associati anche alle antiche dee Kali e Bhagavati, che portano e curano malattie contagiose. Ogni fattoria aveva un nagakotta, un boschetto circolare per i serpenti, situato nella parte sudoccidentale dell'orto del clan: lì crescevano alberi, grossi arbusti ed erbe medicinali. Al centro del boschetto, spesso molto antico, si trovava un altare con le immagini delle divinità del serpente. Non era permesso porvi piede né agli animali domestici, né ai bambini e neppure agli stranieri, e nelle sue vicinanze non si potevano portare utensili di ferro associati alle attività degli uomini, perché avrebbero recato offesa alle divinità del serpente. In questi piccoli boschi, all'interno delle loro tane vivevano centinaia di serpenti, soprattutto Cobra.

495 ****** 2-15.6 495 0 Il patriarcato dei bramini e il matriarcato dei NAYAR: una relazione complessa
c-495-b Apertamente o velatamente imposta, la gerarchia di casta indiana è basata su un'ideologia della purezza ancorata a una religione che svilisce per principio le donne a causa del loro genere. Come in altre religioni patriarcali, nel bramanesimo sono considerate impure quelle funzioni del corpo femminile che nei matriarcati sono venerate per la capacità di dare la vita: le mestruazioni, la gravidanza, la nascita, ed eventi come la morte e il processo del morire, comunemente appannaggio delle donne. Secondo questa ideologia, gli uomini bramini sono, fra tutti gli esseri, i più puri, i più perfetti ed elevati, nonché i più graditi a dio, poiché conoscono e custodiscono i Veda, le scritture che incarnano la religione e gli stili di vita patriarcali degli Ariani. Nel corso della loro lenta, ma inesorabile conquista dell'intero subcontinente, gli Ariani incontrarono ovunque popoli matriarcali, le cui donne ricoprivano una posizione centrale. Il sistema patriarcale degli Ariani poteva essere mantenuto solo distruggendo o corrompendo gli usi di queste popolazioni e reprimendo le donne, che venivano puntualmente costrette a sposarsi con loro. A lungo andare, molte donne indiane vennero consegnate al comune destino di mogli bramine, l'opposto della condizione vissuta dalle donne NAYAR. La vita della moglie di un bramino era tradizionalmente caratterizzata dal matrimonio infantile, dall'ipergamia, o "BUON MATRIMONIO", dalla schiavitù domestica, dall'indissolubilità del matrimonio e dal divieto di risposarsi. Per le donne, si trattava di un sistema di monogamia assoluta, dove le vedove non solo erano disprezzate, ma anche bruciate vive.

c-496-b A tal proposito forniamo di seguito alcuni chiarimenti: il matrimonio infantile implica che una donna sia promessa al suo futuro marito, quando è ancora una bambina e, spesso, subito dopo la nascita. Viene così resa impossibile la benché minima libertà di scelta e la donna finisce per non essere altro che una pedina nelle valutazioni economiche del suo clan patriarcale. Lo sposo può essere un bambino (più tardi, come uomo, avrà naturalmente una libertà sessuale assoluta), ma molto spesso è un adulto, perfino di 50 o 60 anni, che vuole una moglie-bambina. I bramini hanno fama di preferire i matrimoni con ragazze molto giovani, che vengono educate a riverire il marito come un dio. Il matrimonio si celebra molto presto, di solito quando la bambina compie i 10 anni, ma spesso anche prima. In ogni caso deve avvenire prima della pubertà e della prima mestruazione; questa precocità garantisce che sia la "PIù PURA" delle spose. Inoltre, il clan del padre, che non ritiene di dover nutrire una figlia più del tempo necessario, è tenuto a farsi garante della sua verginità nonostante il governo indiano abbia abolito il matrimonio infantile, alzando l'età minima a 12 e poi a 16 anni, queste leggi hanno sortito poco effetto.

L'ipergamia tradizionale, o "BUON MATRIMONIO", è caratterizzata dall'usanza popolare delle caste medie di far sposare le figlie, quando è possibile, fuori dalla propria casta, con persone di ceto più alto, mentre in quelle inferiori si sposano tra di loro. Un buon matrimonio offre al clan della sposa l'opportunità di avere relazioni influenti. Di solito il padre del clan deve presentarsi con una lauta dote, così da invogliare lo sposo di status "ELEVATO" a sposare la donna di status "INFERIORE". Si arriva così all'odierna pratica dell'estorsione di dote, o degli omicidi per dote, in cui le giovani mogli dei clan che non possono, o non vogliono, onorare il pagamento, vengono uccise. Questi assassinii sono denunciati come "INCIDENTI DOMESTICI".

c-497-b Secondo la pratica del buon matrimonio, le figlie si possono sposare solo con persone di casta più alta; non saranno mai date a un uomo che proviene da una casta più bassa. Questo però non va mai a vantaggio della donna, perché non cambia la sua identità di casta, che dipende invece dalla sua nascita. Al contrario, esaspera la differenza di potere fra l'uomo e la donna, dove il primo è già sopra e la seconda, sotto. La condizione degradante delle donne aumenta perché lei sarà sempre la persona più in basso nel clan dello sposo, e passerà l'intera vita a essere quotidianamente umiliata dai parenti del marito.

c-497-b Monogamia assoluta vuol dire che la donna ha diritto di esistere solo in virtù dell'avere un marito. Per lei non ci sono cerimonie di pubertà o del menarca, ma solo una sofisticatissima cerimonia matrimoniale. Il matrimonio è un sacramento che lega completamente una donna al lignaggio e alla residenza del marito, enfatizzando il suo ruolo di moglie e madre, a esclusione di qualsiasi altra possibilità. Il matrimonio è totalizzante e indissolubile e non è permesso risposarsi. È semplicemente impossibile uscirne. In questo senso, suo marito è il suo dio. Quando torna dopo aver terminato i suoi compiti giornalieri, lei si inginocchia davanti a lui per lavargli i piedi. Si cosparge la bocca con l'acqua sporca per dimostrargli quanto sia inferiore a lui: per lei è pura perfino l'acqua sporca dei suoi piedi. Cucina e gli serve i pasti: lui mangia per primo, da solo, mentre lei finisce i suoi avanzi più tardi, una pratica che porta alla malnutrizione cronica di tante donne.

c-498-b Da lei ci si aspetta che gli dia dei figli e, se sono figlie, la sua situazione peggiora. Le doglie durano a lungo, dai tre ai cinque giorni, poiché spesso le donne bramine si trovano in condizioni di salute cagionevoli e sono paralizzate dalla paura. Quando una donna partorisce è particolarmente "IMPURA" e siccome trasmette la sua impurità a tutto ciò che tocca, le viene tolta ogni cosa, così da non doverla poi buttare perché contaminata. Partorisce in una stanza a parte e spesso in solitudine, aiutata solo da una dhai, una levatrice senza esperienza, che proviene dalla casta più bassa. Questa è una delle ragioni, tra le altre, per cui in India il tasso di mortalità delle donne indù e bramine è, dall'infanzia in poi, più alto di quello degli uomini, e non sono in molte a raggiungere la vecchiaia.

La tradizione del sati (suttee), o rogo delle vedove, e il disprezzo di cui vengono fatte oggetto fa sì che quando il marito muore prima della moglie, lei perda non solo il motivo di esistere, ma venga anche considerata colpevole della sua morte. Così, tra le caste più alte, il rogo delle vedove divenne un rituale diffuso, talmente macabro da diventare un deterrente per qualsiasi donna che avesse voluto liberarsi dell'odiato marito. La sua colpa consisterebbe in un cattivo "KARMA" (destino) ereditato in una vita precedente; i peccati commessi nel passato hanno fatto sì che perdesse il marito e che patisse l'orribile morte riservata a una vedova. La vittima deve essere condannata e non importa se la moglie è una donna matura o una ragazza a cui è morto l'anziano marito.

Il sati prevedeva sempre che fosse bruciata viva insieme al corpo del coniuge. Gli stessi figli prendevano parte attiva allo spettacolo pubblico dell'uccisione della madre, altrimenti avrebbero potuto vedere minacciati i loro privilegi di casta.

c-500-b Il sistema di casta è tutto tranne che l'organizzazione pacifica e razionale di una società omogenea, una maschera che l'ideologia braminica mostra al mondo esterno. È piuttosto un esempio di patriarcato estremo, una storia sedimentata di violenza patriarcale contro le donne, in generale, e gli altri popoli e le altre culture, in particolare.

506 ****** 2-15.7 506 0 Il crollo delle strutture matriarcali NAYAR
c-506-b Nel 1925 fu consentita la divisione senza limiti delle proprietà terriere dei clan, che furono così smembrate e parcellizzate in proprietà private. Nel 1912 la poliandria, che per due secoli era stata criticata dai leader religiosi indù, mussulmani e cristiani divenne per legge un reato punibile e fu sostituita dalla cerimonia matrimoniale indù, con il conseguente obbligo della monogamia per le donne. Dopo il 1930, l'ipergamia delle donne NAYAR con gli uomini nambuduri cessò perchè i mariti NAYAR, che ora volevano avere il controllo sulle loro mogli, si opponevano al fatto che fossero usate come concubine dai bramini.

c-506-b In quel periodo le terre dei clan furono totalmente svendute dagli inglesi, dai cristiani siriani e dai ricchi NAYAR delle città, che ora costruivano abitazioni monofamigliari e trasferivano la ricchezza sottratta alle sorelle e ai figli delle sorelle alle loro mogli e ai loro bambini. Nel 1956, un'altra legge abolì il diritto di eredità in linea femminile, stabilendo che si poteva ereditare solo in linea maschile. Insieme al processo di patriarcalizzazione economica e sociale si affermò un'ideologia patriarcale che promuoveva la castità prematrimoniale per le donne, l'incondizionata fedeltà nel matrimonio e l'autorità del padre biologico sui bambini.

c-507-b A questo proposito ascoltiamo le parole di Krishna Iyer, un'antropologa indiana, esperta della questione:

Sebbene sia un grido nel deserto aspettarsi un ritorno al matriarcato, nessuno può ignorare il fatto che l'ordine matrilineare crei un particolare background che struttura la personalità dell'individuo, favorendone la creatività e l'originalità. È vero che le donne godono di privilegi e anche di una posizione sicura, però l'idea di un'autorità condivisa non scaturisce da nessun pregiudizio; anzi, le donne non dominano mai gli uomini nello stesso modo in cui questi dominano le donne nelle società patrilineari. Questi aspetti, uniti alle potenzialità dell'ordine matrilineare, sono un mezzo per educare alla democrazia.

507 ****** 2-15.8 507 0 I fuoricasta: gli ADIVASI e i Rom-Sinti
c-507-b Nelle foreste pluviali e sulle montagne dell'India centrale vivono numerose popolazioni indigene, conosciute con il nome collettivo di ADIVASI, o "POPOLI ORIGINARI", che hanno mantenuto parte delle loro strutture matriarcali fino ai giorni nostri. Sono di origine preariana, sebbene siano molto diversi tra di loro, e in tutto sono 87 milioni (da una stima del 2008). Così, da sola l'India comprende poco meno di un quarto di tutte le culture indigene della terra, una realtà sulla quale il governo indiano continua a mentire. Due sono le ragioni che impediscono il riconoscimento di queste popolazioni e delle loro culture: le attitudini coloniali e sessiste del sistema di casta, e l'aspirazione di acquisire le terre indigene.
c-508-b La seconda ragione di questo diniego è il furto indiscriminato delle terre degli ADIVASI: in nome del progresso industriale sono state ...

c-509-b ... distrutte le condizioni di sussistenza di 87 milioni di persone che fino a quel momento erano sempre vissute nelle foreste pluviali, preservando la loro indipendenza economica e culturale. Maestosi progetti di dighe, complessi industriali e miniere stanno distruggendo le foreste; gli effetti che ne conseguono sono esacerbati dal disboscamento ad opera dello stato. I corsi d'acqua sono contaminati e l'apertura di remunerativi parchi per i turisti nel bel mezzo della distruzione sta completando il danno. Gli ADIVASI, in particolare le donne, stanno opponendo una strenua resistenza, come si può vedere dal movimento chipko e dalla massiccia resistenza contro la diga sul Narmanda. Chi resiste deve far fronte a minacce di morte o di espulsione; nel secondo caso significa finire nelle piantagioni di tè, dove le donne e i bambini fanno il lavoro più pesante, o nelle baraccopoli delle metropoli, dove sono destinati a morire di stenti.

La caratteristica che accomuna tutte le culture dei popoli indigeni preariani è di non avere gerarchie di casta. Sono fondamentalmente egualitari e le donne godono di uno status uguale o leggermente superiore a quello degli uomini.

c-510-b Ci sono inoltre parecchi indizi che sembrano suggerire che un tempo in tutta l'India del Sud vi era una prevalenza di modelli matriarcali. In Kerala, nel Tamil Nadu, nel Karnataka e nell'Andhra Pradesh si parlano ancora le lingue dravidiche malaYALAm, kannada, tulu, telugu e tamil.

c-511-b Un altro gruppo che per fuggire dalle invasioni riparò nell'India nordoccidentale furono i cosiddetti "ZINGARI". Chiamavano loro stessi Sinti e Rom. La loro migrazione dall'India non iniziò con l'arrivo degli Ariani, ma avvenne più tardi, con le invasioni degli Unni, nel V e nel VI secolo. Facevano parte delle caste più basse e disprezzate e furono patriarcalizzati solo in superficie. Sebbene appartenessero a un ramo della nobile casta dei bhat, casta di cantori di corte e di messaggeri reali, la loro posizione era parecchi gradini al di sotto di quella del gruppo. La loro casta era quella dei banjara e si occupavano di commercio e trasporti: portavano le merci nelle varie regioni su carri trainati da buoi. Una variante dei banjara è quella dei kanjar che si guadagnavano da vivere come artisti girovaghi: cantanti, danzatori, musicisti e acrobati di strada.

Questi gruppi sono disprezzati non tanto per le loro attività, quanto per i loro costumi, che contravvengono sotto ogni aspetto alle regole della società dominante e sono in netto contrasto con la purezza ossessiva degli induisti. Mostrano ancora evidenti caratteristiche matriarcali. Le donne sono tenute in grande considerazione e sono sessualmente libere: non solo svolgono le stesse professioni degli uomini e alla pari, ma, cosa più importante, ne hanno di specifiche: fanno le prostitute o le cortigiane.

515 ****** 2-16.0 515 0 CAPITOLO 16 - L'ANTICO MATRIARCATO DELL'AFRICA CENTRALE
c-515-b
521 ****** 2-16.2 521 0 Le indomabili donne BEMBA
c-521-b Le donne BEMBA sono considerate "INDOMABILI" dai loro vicini patriarcali di sesso maschile che, scrollando le spalle e alzando sconsolati gli occhi al cielo, dicono: "QUESTE DONNE BEMBA, BUON DIO SONO LA NATURA SELVAGGIA IN PERSONA!". Infatti, in confronto agli usi dalle popolazioni limitrofe, le donne BEMBA hanno un ruolo attivo e godono di un alto status.

Questa condizione di prestigio è dovuta alla loro economia: sono BEMBA le contadine che con vanga, zappa e macete nutrono da sempre la propria gente. Praticano sia l'orticoltura che la tecnica agricola del taglia e brucia e spostano ogni quattro o cinque anni i loro campi, spinte dalla povertà del suolo. Gli uomini aiutano a preparare il terreno, mentre le donne seminano, raccolgono e immagazzinano le scorte di miglio, mais, sorgo, fagioli, piselli e zucche come riserva per i momenti di crisi. La zappa è usata esclusivamente dalle donne e compare ben in vista anche nelle loro danze come oggetto di culto, oltre a essere raffigurata nella gioielleria. Nelle loro antiche arti di raccoglitrici, c'è la tradizione di utilizzare mortai in legno e vecchie macine di pietra. La mitologia racconta che furono le donne a inventare l'agricoltura; sono loro infatti che da tempo immemorabile si occupano della produzione e della preparazione del cibo e della ...

c-522-b ... sua distribuzione tra i membri del clan e ciò le rende totalmente indipendenti dagli uomini che, invece, dipendono da loro.

c-523-b Il secondo legame in ordine di importanza, dopo la relazione tra madre e figlie, è quello tra la donna e il proprio fratello, che ricopre il ruolo di tutore dei suoi figli una volta che sono cresciuti, mentre quello del marito è di essere il compagno dei bambini solo durante l'infanzia. I figli e le figlie della sorella (nella nostra terminologia, i nipoti e le nipoti) sono gli eredi del fratello e poiché portano lo stesso nome del clan, lui li considera i suoi parenti più stretti. Per il primo sposalizio della nipote è necessario il suo consenso e, durante e dopo il matrimonio, lei rimarrà sotto la sua protezione; in cambio avrà il diritto di essere assistito dai suoi nipoti. Le sorelle e i fratelli hanno un rapporto molto aperto e informale, e possono scambiarsi le proprietà.

In questo tipo di struttura, di solito, il marito ha un ruolo secondario. Il neosposo vive nel villaggio della moglie, dove costruisce la propria capanna, diventando così un membro della sua famiglia allargata. Le figlie non abbandonano il villaggio della madre, ma continuano a vivere matrilocalmente nella sua famiglia, che funge da unità economica. Il giovane si integra nel gruppo famigliare, dapprima prestando il servizio alla sposa nei confronti del cosiddetto suocero e, successivamente, cambiando la sua collaborazione in "MATRIMONIO ...

c-524-b ... DI SERVIZIO". Per i popoli matriarcali non esiste il concetto di prezzo della sposa stimato in bestiame, tipico delle popolazioni patriarcali africane.

Perché il matrimonio sia valido la madre della giovane sposa deve infine dare la sua benedizione. Dopodiché, durante i primi anni di matrimonio la giovane moglie cucina insieme alla madre e porta il cibo al marito nella sua capanna. Solo più tardi, quando le saranno assegnati un orto e un magazzino vicino alla casa della madre, si trasferirà nella capanna del marito per accudire il proprio focolare. Il giovane marito affronta più difficoltà dato che sposandosi, deve separarsi dal villaggio e dal lignaggio della madre, oltre che lavorare per la famiglia della moglie, in cambio dei suoi servizi viene però nutrito e aiutato in tutti i modi, e spesso riceve piccoli doni di riconoscimento.

A volte, quando nascono i figli, sorgono discussioni su dove si andrà ad abitare, se nel villaggio della famiglia estesa della donna o in quello dell'uomo, ma le figlie, di solito, non se ne vanոo; tutti i parenti intervengono per convincerle a rimanere. Inoltre, in un villaggio materno i legami tra sorelle sono così forti e così profondamente intrecciati ai loro compiti che, anche se i mariti lo chiedessero, le donne si rifiuterebbero di seguirli nei loro villaggi. Non è raro che il matrimonio si sciolga per via di questi ostacoli e, se succede, la donna prende di nuovo marito.

Se riesce a superare i primi e difficili anni di matrimonio, ma soprattutto se la moglie avrà molte figlie, garanzia di molti cosiddetti "NIPOTI" che lavoreranno per lui, il marito può raggiungere una posizione rispettabile e figurare come capo maschio di una famiglia estesa.

La sua situazione migliora se i due clan in questione vanno d'accordo. Per i BEMBA, il tradizionale matrimonio tra cugini incrociati di clan appaiati da generazioni era una pratica normale, si tratta del classico intermatrimonio matriarcale mutuale tra due specifici clan matrilineari, che rimangono sempre gli stessi.

c-525-b I matrimoni inoltre si sciolgono con facilità e, dopo il primo, organizzato dalla madre e dallo zio materno, non c'è alcun ostacolo che impedisca a entrambe le parti di scegliere altri partner. La popolazione del villaggio è quindi in costante movimento; inoltre, l'intero villaggio viene di tanto in tanto smobilitato, per via delle esigenze dettate dall'agricoltura nomade.

526 ****** 2-16.3 526 0 La religione dei BEMBA
c-526-b Il culto degli antenati svolge un ruolo di primaria importanza nella religione, come per tutti i popoli africani che osservano la matrilinearità. Fintanto che ne rimane viva la memoria, la prima nonna, l'antenata che ha dato origine al clan o al lignaggio e che ha fondato il villaggio originario del clan, è venerata insieme al fratello. Gli spiriti ancestrali sono onorati all'interno della casa o presso i loro santuari e le loro tombe; sono gli spiriti tutelari del clan e portano fortuna. Tutto ciò che accade è frutto del loro magico influsso; per i BEMBA le coincidenze non esistono. Si pensa che ogni bambino sia la reincarnazione di un'antenata o di un antenato, una credenza che testimonia la presenza dell'antica fede matriarcale nella rinascita.

Le donne anziane e i loro fratelli hanno importanti compiti rituali da svolgere nei santuari degli antenati: le donne compiono riti per gli spiriti ancestrali femminili e gli uomini per quelli maschili. Godono di grande rispetto nelle loro famiglie estese e non può essere altrimenti, perché hanno il potere di benedire o di maledire: gli spiriti ancestrali metteranno in atto la parola degli anziani. I BEMBA praticano l'astinenza sessuale perché il sesso renderebbe la coppia "CALDA" e non è bene avvicinarsi agli antenati in questo stato. Ciononostante, godono di una sessualità libera, considerata parte integrante di una vita sana e felice.
c-528-b La deflorazione è considerata pericolosa per il giovane sposo, perciò non sarà lui a compierla: l'atto rituale tradizionale della deflorazione sarà compiuto da una figura mitologica, un uomo che impersona uno sciacallo. La fertilità degli uomini e delle donne è molto ambita, quindi durante le celebrazioni viene reso onore ai loro poteri generativi. Durante queste rappresentazioni lo sposo dovrà comportarsi come un leone ruggente, o come un valoroso cacciatore di leoni, non tanto per aumentare il suo potere di conquistatore o di padre, quanto quello di progenitore e marito. La prestazione ha lo scopo di stimolare il desiderio della sposa e di aumentarne la fertilità.

Il tempo trascorso dalle giovani nella capanna iniziatica è altrettanto importante. Le ragazze vengono istruite dalle anziane e iniziate agli onori e ai doveri che si confanno a una donna BEMBA. Durante gli insegnamenti, i rituali, celebrati esclusivamente dalle donne, si svolgono in segreto, contrariamente alle cerimonie pubbliche che si tengono nella piazza del villaggio. Il segreto che avvolge le cose delle donne è rigorosamente custodito: nessun BEMBA e nessuna etnologa o etnologo vi ha mai potuto assistere di persona. La conoscenza trasmessa ha a che fare con le regole della fertilità femminile e con il segreto della rinascita degli spiriti ancestrali. Il sapere scrupolosamente custodito dalle donne consente loro di controllare il potere generativo del clan, potere che è stato loro sottratto nelle società patriarcali.

Più tardi, con il procedere degli eventi, viene celebrata la cerimonia di matrimonio, durante la quale il marito dovrà dar prova della propria virilità; alla donna, invece, non è richiesto di dimostrare la propria verginità, dal momento che non le è attribuito nessun valore particolare. La clitoridectomia, ossia la mutilazione dei genitali delle ragazze, espressione estrema del culto della verginità, così diffusa nel l'Africa patriarcale, non è praticata nelle culture africane matriarcali. L'ultima fase della transizione da ragazza a donna è scandita da vari rituali di gravidanza e, infine, all'età di 15 o 16 anni, dai rituali associati alla nascita del primo figlio, che concludono la serie di cerimonie dedicate alle donne.

c-529-b Presso il focolare e il talamo nuziale vengono posti dei simboli, di solito semplici rappresentazioni femminili che ritraggono una donna e un serpente. Nell'unione matrimoniale dei partner il serpente simboleggia il potere sessuale.

c-533-b Nessun capo si comporta da "GRANDE BOSS"; queste popolazioni hanno al contrario società egualitarie che si basano sul rispetto per gli antenati e gli anziani. Potremmo chiamarla una democrazia rurale di clan. Le piccole repubbliche-villaggio, con i loro capi locali, hanno un'autonomia regionale. I casi moderni, con un "CAPO AL VERTICE", sono il riflesso delle pratiche introdotte dagli europei e rappresentano la tradizione colonialista, non indigena. La regione è stata caratterizzata dal succedersi di continui cambiamenti storici. Ancor prima che arrivassero gli europei, diversi clan reali fondarono dei regni e introdussero dei governi centralizzati, ma questo non cambiò la pratica locale della democrazia del clan nei villaggi (che cominciò intorno al 1000 d.C.).

c-534-b Oggi i maggiori fattori distruttivi di questa regione sono le missioni cristiane, che con la loro influenza esercitano forti pressioni sulla famiglia estesa matriarcale, e le miniere di rame nate con la colonizzazione, che grazie all'offerta di lavoro retribuito allontanano i giovani dai villaggi.

536 ****** 2-16.4 536 0 La doppia organizzazione sociale dei LUAPULA
c-536-b L'ordine sociale dei LUAPULA è una variante di quello dei BEMBA il che dimostra che i modelli dell'organizzazione sociale matriarcale non sono rigidi, ma possono essere applicati con flessibilità e dar vita a diverse forme di società. Oltre la consueta matrilinearità, l'altra importante caratteristica dei LUAPULA è il controllo che le donne esercitano sulle terre e sui prodotti dell'attività agricola. Tra loro sono molto collaborative e hanno una marcata tendenza, rispetto agli uomini, a usare le terre e gli attrezzi agricoli in modo collettivo. Su questo fondamento matriarcale si è sviluppata un'altra variante del l'ordine sociale, diversa da quella dei BEMBA. Gli uomini LUAPULA hanno una loro propria economia e ne fanno un uso più individuale che collettivo. Non lavorano come agricoltori nelle terre delle donne, ma come pescatori sul fiume LUAPULA e il lago Mweru, nella valle di LUAPULA.

I generi alimentari, che uomini e donne producono separatamente, sono beni di scambio soprattutto tra i due sessi, ma anche tra i molti insediamenti della valle. Gli uomini cedono i pesce in cambio di mais, miglio, cassava e zucche, che vengono prodotti nei campi e negli orti delle donne, e viceversa. In questo modo ciascun genere ha la propria sfera economica e mantiene una certa indipendenza. Questa duplice organizzazione, che è anche un criterio di equilibrio, si riflette in egual misura nell'ordine sociale: a ogni società segreta di donne, a ogni società onoraria femminile e a ogni prestigiosa tappa nella vita corrisponde una società segreta di uomini, una società onoraria e una prestigiosa tappa nella vita maschile. Gli uomini organizzano esclusivamente gli aspetti della vita maschile e le donne quelli della vita femminile. In Africa, questa doppia organizzazione è tipica di molte società matriarcali ed è l'elemento che le differenzia dalle società matriarcali di altri continenti. Negli antichi regni africani questo principio veniva applicato anche alle massime cariche di governo: il re era responsabile solo degli interessi maschili, mentre la regina salvaguardava quelli femminili.

Il principio matriarcale dell'equilibrio è in contrasto con la visione del mondo dell'antropologia occidentale di stampo patriarcale. ...

c-537-b Ovunque siano stati, gli antropologi (maschi) hanno focalizzato le loro ricerche sulla sfera maschile ignorando quella femminile; un'omissione particolarmente sfacciata per le cosiddette società matrilineari, molte delle quali sono in realtà matriarcali. Nonostante l'evidenza del contrario, i ricercatori avrebbero dato risalto esclusivamente al regno maschile allo scopo di dimostrare che queste culture erano "SOLO MATRILINEARI" e che le donne, di fatto, non avevano voce in capitolo. Ciò porta ovviamente a una distorsione della realtà, con il risultato che la cultura delle donne nelle società centroafricane è stata doppiamente ignorata dai ricercatori. Un gran numero di società indigene africane non è stato ancora sufficientemente indagato e resta molto lavoro da fare.

c-539-b Inoltre per i giovani, siano essi maschi o femmine, non c'è alcun obbligo di rimanere insieme per sempre. Il matrimonio non è un'istituzione legale e perciò non è rigido. L'unica "REGOLA" è che non duri troppo. Le donne LUAPULA sono molto attive dal punto di vista sessuale, e la cosa è considerata molto positiva. Questa esuberanza non si limita a un solo matrimonio, perché sono terrorizzate dal monopolio sessuale che potrebbe derivare dal trovare il marito troppo attraente e rimanere, di conseguenza, troppo a lungo con lui. Per una donna è assai poco conveniente mostrarsi troppo accondiscendente verso il proprio marito, perché quando un uomo ha il monopolio crea "SCHIAVITù" nella donna e "CAOS" nel suo clan.

La sessualità ha grande valore; salute, pace e cultura sono considerate il risultato di rapporti sessuali soddisfacenti. La vita matrimoniale, quindi, non solo è piuttosto libera, ma è anche consentito avere relazioni multiple, cosa che è stata arbitrariamente descritta dagli antropologi come poliginia, allo scopo di provare l'esistenza del dominio maschile all'interno delle società matrilineari. Insinuare che questi matrimoni multipli siano paragonabili agli harem patriarcali è una grossolana distorsione della realtà. Mentre sono in grado di vedere la poliginia degli uomini, questi antropologi sorvolano sulla poliandria delle donne. Un uomo, infatti, può avere contemporaneamente più mogli in vari villaggi e, una donna, più mariti che le fanno visita a casa. Poiché si tratta di una pratica diffusa, si può affermare che la forma di matrimonio dominante tra i LUAPULA è la poliginia-poliandria.

c-540-b Se queste forme aperte di matrimonio multiplo cominciano a trasformarsi in legami duraturi, quindi costrittivi, le donne adottano la poliginia per rafforzare la loro autonomia. Non è raro che un gruppo di sorelle decida di condividere un uomo per evitare il peso di dover provvedere a più mariti. In questo sistema, tutte le mogli sono concordi nel prendere le decisioni, anche contro l'uomo, se necessario, affinché non accresca il suo "DOMINIO".

c-541-b Con l'arrivo dei governi coloniali europei e dei loro missionari protestanti l'equilibrio dell'ordine sociale dei LUAPULA subì un crollo rovinoso. Il sistema di mercato industriale che introdussero risultò vantaggioso solo per gli uomini, che in alcuni casi riuscirono ad accumulare ricchezze personali, rifiutandosi di condividerle con i loro clan matriarcali, dai quali si allontanarono. Diventati membri delle sette protestanti, predicavano il vangelo della proprietà privata al posto di quella del clan, e stabilivano la parentela in linea paterna e non materna. Nell'ideologia protestante, la ricchezza è considerata la prova che si è stati prescelti da Dio, cosa che consentiva a quegli uomini di sentirsi legittimati a mettere i loro interessi davanti a qualsiasi richiesta avanzata dal clan. Con il supporto dei missionari tentarono anche di istituire il matrimonio monogamico, con l'uomo a capo della famiglia, per essere sicuri che la proprietà privata fosse trasmessa ai figli in linea maschile.

c-542-b La maggior parte delle donne LUAPULA ha organizzato una forte resistenza a questo nuovo gioco di potere, che considerano una "SCHIAVITù PER LE DONNE". Reclamano il diritto a una distribuzione matrilineare dei beni (le più ricche sono particolarmente attive) e promuovono il sistema tradizionale, dove la ricchezza è usata esclusivamente per aiutare il clan. Ciò permette alle donne di mantenere il controllo sulle loro terre e sui loro discendenti e di essere sostenute dai figli adulti.

542 ****** 2-16.5 542 0 I popoli di allevatori natriarcalie patriarca
c-542-b La condizione femminile nelle culture africane patriarcali è molto diversa da quella delle donne BEMBA e LUAPULA. Come spesso accade presso i popoli di allevatori, le donne vivono senza proprietà e senza un proprio sistema economico. Qualsiasi maschio a capo di un popolo patriarcale di allevatori spera di ampliare la propria mandria e di accumulare ricchezze. Le donne sono lì per mungere e per occuparsi dei bambini, affinché il lignaggio patriarcale possa proseguire. Le donne vivono patrilocalmente, come forestiere, presso i parenti del marito. Per procurarsi una moglie, l'uomo non presta ai suoi famigliari un servizio alla sposa, ma paga il "PREZZO DELLA SPOSA", in bestiame, che è ciò che gli consente di portarla via dai suoi parenti. La transazione la trasforma, di fatto, in una pedina nelle negoziazioni tra il padre e il futuro suocero, rispettivamente il donatore e l'acquirente della donna. Valere quanto un buon numero di animali riempie di orgoglio le donne, ma adesso che il denaro si è infiltrato nel sistema, il prezzo della sposa è spesso pagato in moneta. ...

c-543-b È un comune malinteso credere che con il prezzo della sposa si compri la donna, di fatto serve a pagare l'acquisizione dei suoi figli nel lignaggio del padre, il che dimostra che le prime culture patriarcali ritenevano ancora che i bambini appartenessero alle madri. Una donna può sciogliere il matrimonio e tornare dai suoi genitori, ma deve farlo senza i figli, che rimangono con la famiglia del marito. Se lei se ne va, la sua famiglia deve restituire il prezzo della sposa, quindi per una donna diventa estremamente difficile uscire dal matrimonio e la sua famiglia non ne è affatto contenta. Diventa un problema soprattutto nel caso in cui il fratello abbia già pagato il prezzo della sposa per comprare la propria moglie. Per i genitori della donna questa è una ragione sufficiente per preoccuparsi della sua fedeltà matrimoniale.

Per rafforzare la patrilinearità è auspicabile avere molti figli maschi, ma anche le figlie sono ambite perché possono procurare il prezzo della sposa, risorsa che il padre utilizzerà per aumentare in modo considerevole i suoi armenti. Gli uomini che posseggono bestiame in abbondanza possono permettersi di pagare molte donne, estendendo così la loro patrilinea attraverso una prole numerosa. Per gli uomini, quindi, la poliginia è l'ideale. Qui possiamo vedere il fondamento della poliginia patriarcale, in cui donne non imparentate tra loro devono diventare, loro malgrado, mogli di un uomo, e questo non ha niente a che vedere con le relazioni del matrimonio multiplo delle società matriarcali. Anche se alla prima moglie viene riservato un certo rispetto, il marito non la consulta quando decide di ampliare la famiglia con donne più giovani. Specialmente per le donne più anziane ciò significa offese e umiliazioni. In Africa, questo tipo di poliginia è assai diffuso. Più tardi, è stato adottato dall'Islam, che lo ha ulteriormente sviluppato in linea patriarcale con l'harem e il purdah, la rigida segregazione delle donne. In questo caso, non c'è più nessuna possibilità di ritornare nella casa dei genitori. ...

c-544-b ... A causa della poliginia praticata dai ricchi, è difficile per un uomo povero trovare anche una sola moglie. Deve aspettare anni e risparmiare finché non ha abbastanza denaro o bestiame per pagare il prezzo della sposa. Nell'attesa, gli uomini invecchiano e di solito sposano donne molto giovani. Anche nella casta guerriera degli allevatori gli uomini si sposano in età molto avanzata, poiché devono prestare servizio come guerrieri per 14-20 anni prima di ottenere dagli anziani il permesso di maritarsi. Le donne che sposano sono molto più giovani di loro. La poliginia praticata dai ricchi fa sì che le donne finiscano per diventare un bene che scarseggia, così vengono promesse a un degno pretendente fin da bambine, spesso ancor prima di nascere. Il futuro marito versa ai loro padri il prezzo della sposa e il contratto è stipulato. È pratica comune per le spose bambine essere date in moglie a uomini più vecchi. All'età di 10 anni devono trasferirsi nella casa del marito, dove sono obbligate a cucinare per lui e ad accettare le sue avance sessuali. Il culto della verginità, così diffuso nelle culture patriarcali, gioca naturalmente un ruolo imporante in queste pratiche. Più la sposa è giovane più è probabile che sia vergine. Per un uomo la patrilinea deve sempre fare conti con la difficile individuazione dei figli legittimi, per questo è necessaria la reclusione forzata delle donne che li metteranno al mondo. Dal momento che la reclusione è sempre difficoltosa e spesso impossibile da attuare, milioni di donne africane devono sottoporsi a una pratica particolarmente atroce chiamata eufemisticamente, "CIRCONCISIONE" il cui scopo è quello di preservare la patrilinea. Il termine può lasciar intendere che la circoncisione di una ragazza sia paragonabile a quella di un ragazzo, altra pratica altrettano comune. Se per un ragazzo però non comporta altro che la rimozione del prepuzio del pene, per le ragazze è un'operazione chirurgica pericolosa, in cui vengono rimosse la clitoride e le piccole labbra della vagine una volta amputati, i genitali sono di solito cuciti insiene. L'ampսtazione dei genitali, quindi della sensibilità sessuale della donna, che è la finalità dell'operazione, viene praticata alle bambine quando ...

c-545-b ... hanno tra i quattro e gli otto anni. Il dolore, che dura a lungo, e le pericolose infezioni che si formano, aumentano durante i rapporti sessuali e il parto. Al marito viene così garantita l'assoluta verginità della ragazza, dato che riceve una moglie "PURA" che non ha nessun interesse nel sesso e che perciò gli sarà fedele. Questa pratica, oggi, non è stata ancora sradicata, nonostante le molte proteste da parte delle femministe e l'allerta delle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Sebbene non introdotta dall'Islam, fu adottata dai mussulmani e continua a essere rispettata come un'antica usanza. È particolarmente diffusa nelle zone mussulmane dell'Africa e in tutti i territori mussulmani, dall'Africa all'India.

551 ****** 2-17.0 551 0 CAPITOLO 17 I REGNI MATRIARCALI DELLE REGINE DELL'AFRICA OCCIDENTALE
c-551-b Nei clan matriarcali reali il potere è fondamentalmente diviso in due, come presso le popolazioni africane matriarcali: il re governa il mondo degli uomini, mentre la regina, il cui titolo significa "RE FEMMINA", governa quello delle donne. Questa non è tuttavia che la fase iniziale del suo potere; come "REGINA MADRE" è infatti la madre della linea reale e del futuro re regnante; è lei che lo insedia al trono e solo lei ha facoltà di riprenderlo in pubblico e, in taluni casi, persino di destituirlo. Associata simbolicamente alla terra su cui vive il popolo, è la padrona del sacro regno, secondo quanto viene tramandato dalla tradizione storica orale di queste popolazioni, i cui racconti narrano che di norma erano le regine madri a fondare i regni matriarcali. Nei tempi di crisi, per difendere dalle minacce il popolo e la sua cultura, le regine spesso adempievano, oltre che ai propri compiti, anche a quelli del re e governavano sia come "RE FEMMINA" che come "RE MASCHIO", insignite delle varie regalie di ciasCUNA carica. La storia dell'Africa è piena di leader femminili regali, profondamente venerate nella religione degli antenati il loro coraggio e la loro determinazione sono ancora oggi mantenuti vivi nella memoria del popolo.

557 ****** 2-17.1 557 0 La storia degli AKAN
c-557-b La politica del matrimonio è un modo tipico di fondare regni matriarcali ed è in netta contrapposizione con l'uso patriarcale della guerra per creare degli imperi. Attraverso il matrimonio, e questo vale anche per il lignaggio reale, amici, ospiti, alleati, residenti indigeni, rifugiati e persino schiavi, vengono inseriti nei clan per allargarli e formare così una società basata sulla parentela. Persino nella loro forma più complessa, come la confederazione o il regno di regine, i matriarcati sono società fondate su legami parentali. I regni matriarcali, quindi, si caratterizzano in primo luogo per essere società basate sulla parentela e, in secondo luogo, per essere culture sacre: i due principi organizzativi sono cioè la matrilinea e la sfera spirituale-religiosa. Le alleanze, infine, sono costruite attraverso relazioni di sangue e di affinità, ma (Contrariamente al patriarcato) mai attraverso la conquista. Questo insieme di caratteristiche specifiche li differenzia fondamentalmente dagli imperi patriarcali.

557 ****** 2-17.2 557 0 La regina madre e la prima forma dei regni AKAN
c-557-b Come in tutti i matriarcati, anche presso gli AKAN la donna più anziana del clan è considerata all'origine della vita del gruppo e ne è il centro. Non solo è la madre del clan matrilineare, ma anche la mediatrice tra la divinità del clan e i suoi membri viventi. L'antenata originaria, fondatrice del clan, è venerata come una divinità; è la dea madre, e ogni madre del clan successiva è considerata la sua ultima incarnazione. L'autorità rituale dipende dunque da lei.
c-558-b Quando trovava una terra potenzialmente abitabile, ma già occupata da altri, la regina madre tesseva relazioni e creava alleanze con i clan dei popoli che davano ospitalità alla sua gente. Se i clan erano propensi al matrimonio incrociato, allora i nuovi arrivati si univano a loro in intermatrimoni mutuali. In questo modo la regina madre metteva insieme più clan e da quell'alleanza formava un nuovo popolo.

c-560-b A quei tempi, la vita dei clan era organizzata secondo i tipici principi matriarcali. Gli AKAN non vivevano (e tuttora non vivono) in capanne, ma in grandi complessi abitativi: ogni casa ospitava una famiglia matrilineare allargata, guidata dalla madre più anziana. Le figlie, i figli e i bambini delle figlie abitavano con lei, e gli uomini, quando si sposavano, non lasciavano la casa. Le coppie sposate non vivevano insieme, ma si incontravano nel matrimonio di visita. Come per tutti i popoli matriarcali, anche per gli AKAN l'iniziazione delle ragazze era la cerimonia più importante tra quelle dedicate al ciclo della vita, e tale è rimasta fino ai tempi moderni.

563 ****** 2-17.3 563 0 I re matriarcali AKAN
c-563-b La reggenza della regina madre si fondava unicamente sulle relazioni di sangue che erano state generate dagli intermatrimoni mutuali e sulle credenze tradizionali. Non entravano in gioco né tasse né tributi; persino i clan ordinari mantenevano la propria autonomia e autorevolezza di fronte al clan reale, dove la ricchezza entrava esclusivamente attraverso la vasta rete commerciale che il gruppo stesso organizzava e controllava. La regina madre era prima tra gli eguali, in virtù del suo essere fondatrice e figura autorevole per le sacerdotesse e i sacerdoti del regno, attraverso cioè la tradizione e la religione. Dato un simile contesto, questa forma di organizzazione politica è stata definita "SACRA": si trattava di una società sacra con la regina madre che incorporava la più alta divinità.

c-566-b La giovane regina madre, sorella del re, è libera di scegliere il numero dei propri partner e amanti con la frequenza che desidera. La sua grande libertà erotica comunque non si discosta molto da quella delle altre principesse reali, che praticano regolarmente la poliandria. I bambini della regina e quelli delle principesse sono considerati "SENZA PADRE", definizione di tutto rispetto, visto che solo un bambino senza padre può diventare re. Le molteplici relazioni delle donne reali giocavano un ruolo importante anche nella politica estera, favorendo la creazione di Confederazioni.

c-567-b Per sua natura, il re rimaneva dunque figlio della regina madre e, senza il suo consenso, non aveva ovviamente alcun potere decisionale. Così, nonostante l'ascendente del culto del sole, non divenne mai un monarca autocratico. A ciò contribuirono anche altri fattori. Nel culto del Sole il re era considerato fonte dell'intera vita solare e aveva il sacro compito di infondere vita al regno, un compito che non aveva solo un aspetto magico, ma anche pratico. In altre parole il re praticava la poliginia, ossia il corrispettivo della poliandria delle principesse reali. Non si trattava però di una poliginia indiscriminata, esercitata per capriccio seguiva piuttosto un preciso sistema che era finalizzato a tenere insieme il regno e che giocava un ruolo molto importante nella politica interna. Il re era ufficialmente fidanzato con la regina, o la principessa ereditaria di ogni singolo clan del regno. Grazie alla vasta estensione del BONO MANSO, dove ogni clan aveva molte diramazioni laterali, il numero delle mogli del re era alto e, idealmente, corrispondeva alla cifra di 3333 (mero numero sacro e simbolico). Molte di queste donne, le più importanti del paese, vivevano già nella capitale, nel palazzo della regina madre, e facevano parte del suo consiglio consultivo. Allo stesso modo, i loro fratelli o figli, i re eletti dai clan, vivevano nel palazzo del re come membri del suo consiglio. Essere una delle spose del re era un grande onore per queste regine del clan (o eventualmente per le loro figlie); contrariamente a quella degli harem dei dominatori patriarcali, la loro condizione era ben lungi dall'essere senza diritti, perchè avevano alle spalle il potere dell'intero clan, con i suoi fratelli e figli che vivevano nelle vicinanze, presso il palazzo del re.

575 ****** 2-17.4 575 0 La religione AKAN e la funzione sacra della regina madre e del re
c-575-b La routine giornaliera del re seguiva il corso del Sole. La finestra della sua camera da letto era disposta a est, in modo che fosse svegliato dalla luce dell'alba. Lo raggiungeva poi il figlio maggiore con le notizie dalla capitale e trascorreva la mattinata nella sala del ricevimento circondato dal consiglio consultivo e dai figli altolocati, che discutevano con lui degli avvenimenti politici per trovare le soluzioni giuste. I pomeriggi erano dedicati allo svago. Al calar del sole, il re si ritirava. Nella sua stanza venivano accese delle lampade d'oro e una delle sue mogli andava a fargli visita. La scelta della persona e del giorno era a discrezione della regina madre stessa; lui non poteva né avanzare richieste né tantomeno rifiutare le sue scelte. Era più opportuno che il re non avesse una moglie favorita; ci si aspettava piuttosto che ogni anno dormisse con quante più donne possibili. Ciononostante, pare venisse stilata una classifica delle aheneyere, o mogli del re; c'erano le ayite, o mogli di trono, degne di maggior rispetto, e le yeyere, le predilette, quelle più amate.

Poiché re rappresenta il sole, l'oro è il metallo preferito del re. Nel regno di BONO MANSO il sovrano indossava in ogni occasione raffinati gioielli d'oro e si cospargeva il corpo oleato con polvere aurea. Come segno di pace, in pubblico, uno dei suoi simboli regali era un'ascia dorata; rappresentava le occupazioni maschili del taglio degli alberi e della costruzione delle case. Lo sgabello d'oro fungeva da trono dei re sacri di BONO MANSO, ma potevano sedersi solo durante la cerimonia di investitura. Più tardi, gli Ashanti se ne impossessaro e ne fecero il loro status symbol.

Benché considerato sacro, il re del BONO MANSO non aveva un potere illimitato. Veniva scelto dalla regina madre che, solo dopo l'approvazione unanime da parte di tutti i capi clan, poteva insediarlo al trono. Senza aver prima consultato sia lei che il consiglio degli uomini il re non poteva agire, pena la destituzione. Durante la sua carica era responsabile delle attività degli uomini; organizzava eventi, riceveva ospiti, trattava con gli stranieri e inviava delegazioni all'estero. La morte di un re o di una regina madre era considerata una sciagura nazionale. Ritenuti sacri nelle credenze AKAN, la loro dipartita ....

c-576-b .... poteva causare la disintegrazione del cosmo e del mondo umano. Molti cortigiani li seguivano volontariamente nella tomba, perché erano convinti che la regina madre e il re sarebbero stati felici nell'aldilà se accanto c'erano le persone più vicine e più care. Era desiderio degli AKAN che i loro sovrani fossero felici nella morte tanto quanto lo erano stati in vita, affinché la fortuna del regno potesse continuare.

Gli AKAN non facevano segreto di questa pratica, anche se il sacrificio umano venne messo fuorilegge dal potere coloniale inglese nel 1901, l'usanza continuò di nascosto almeno fino al 1946. Nessuno poteva distoglierli dalla profonda convinzione che li portava ad accompagnare volontariamente nella morte la loro regina madre e il loro re.

577 ****** 2-17.5 577 0 Lo sviluppo delle tendenze patriarcali nei regni AKAN
c-577-b Le implicazioni politiche di questa innovazione divennero visibili solo con la successione al trono di suo fratello Takyi Akwamo (1431-1463) che incoraggiò anche le idee islamiche e rafforzò oltre modo il culto sudanese NTORO, spostando definitivamente la bilancia del potere a favore degli uomini e a detrimento delle donne. Il culto NTORO è un tipo di culto patriarcale del padre che fa del lignaggio maschile la regola generale.

c-577-b Fu inoltre deciso che i festival del ciclo vitale, come quelli del concepimento, della nascita, del matrimonio e della morte, da sempre appannaggio del clan della madre, diventassero eventi che riguardavano il padre e il suo dio NTORO. In più si aggiunse la discriminazione contro le donne mestruate, considerate impure, e le proscrizioni sull'impurità divennero legge. Il colore rosso, un tempo colore del sangue e della vita, si trasformò nel colore della morte.

c-578-b L'assalto sistematico tramite una serie di innovazioni patriarcali tutte radicate nella cultura islamica circostante, servirono essenzialmente a rafforzare il potere della sovranità maschile e il consiglio consultivo degli uomini. Grazie al commercio dell'oro, i re ereditarono una solida posizione finanziaria che servì loro da base per poter avanzare pretese di comando. Contemporaneamente queste innovazioni patriarcali divisero il regno matriarcale. Il tempo dell'unità era finito, perché né la madre regina regnante né le donne AKAN accettarono di buon grado il nuovo ordine, e molti clan si opposero al culto NTORO. Il clan asine della città-stato di WENKYI oppose resistenza e non seguì il culto del sole del re, causando così una divisione interna al regno. Il popolo WENKYI, fedele alla tradizione, creò una propria città-stato con al centro la regina madre sul suo sgabello di perle, e ancora oggi non praticano il culto NTORO. In altri clan e in altre città ci fu una forte resistenza all'introduzione del matrimonio patrilocale, che spingeva le giovani spose a lasciare il proprio lignaggio per vivere con le famiglie dei mariti. Ancora oggi la gente ricorda come sotto il regime di Takyi Akwamo, i mariti venissero spesso avvelenati dalle loro mogli e come fossero aumentate le "STREGHE". L’innovazione più invisa fu l'obbligo per la donna di riconoscere il marito come capo famiglia e di rispettarlo e servirlo come un dio NTORO e, come se non bastasse, venne istituito l'obbligo alla segregazione durane il periodo mestruale. Molte donne trovarono la cosa così ignobile che lasciarono i mariti e preferirono sposare dei forestieri.

Kyereme Mansa, a quel tempo regina madre del BONO MANSO. non poté fermare quei rivolgimenti misogini; però riuscì a garantire che i clan delle madri e la matrilinea rimanessero fattori politici importanti.

c-579-b Dopo i cambiamenti patriarcali, le forme matrimoniali della tradizione matriarcale AKAN cambiarono di conseguenza, ma tra la gente la posizione delle donne rimase forte. Il fatto che le donne riuscirono facilmente a sciogliere le minuziose formalità dei loro primi matrimoni e a risposarsi con altrettanta facilità – il che ha fatto sì che la matrilocalità sia rimasta in uso come principale modo di vivere fino al XX secolo - non fu così importante quanto l'abilità che dimostrarono nel mantenere l'indipendenza economica.

Lavoravano ancora nei campi e possedevano tutto ciò che veniva prodotto e, in più, controllavano i mercati locali, vantaggio di cui godono ancora oggi, come peraltro le donne di altre società particolarmente patriarcalizzate dell'Africa occidentale: quella degli Yoruba, degli Ibo, dei Dahomey, dei Nupe, dei Benin e degli Ewe della Nigeria.

c-580-b I re del BONO MANSO sostituirono le alleanze claniche tra le città del regno con alleanze militari. I capi, che da quel momento in poi circondarono il re nel consiglio consultivo degli uomini, non erano più i capi maschi dei clan matrilineari, ma i generali delle compagnie dell'esercito patrilineare delle singole città, anche se la patrilinea rimase un'eccezione. Aumentarono i tributi riscossi per finanziare l'organizzazione bellica del re. Si spezzò l'equilibrio tra le sfere di potere interne al regno matriarcale e la sua sacralità fu indebolita dal nuovo esercito secolare.

In generale il popolo del BONO MANSO non si mostrò comunque granché interessato alla guerra. Continuarono a essere attivi commercianti all'interno del regno, che si mantenne relativamente stabi le fino al XVI secolo.

595 ****** 2-18.0 595 0 CAPITOLO 18 - LE POPOLAZIONI PASTORIZIE MATRIARCAL DELLAFRICA DEL NORD
c-595-b
597 ****** 2-18.1 597 0 La targhia: la signora della tenda
c-597-b I Tuareg delle montagne dell'Hoggar, che vivono isolati nel cuore del Sahara, sono quelli che meglio rappresentano la loro cultura tradizionale, poiché sono riusciti a preservare l'ordine sociale matriarcale che caratterizzava i popoli tuareg prima che l'Islam si diffondesse in tutta l'Africa, portando con sé i propri stili di vita. Ciononostante esistono molte similitudini tra i Kel Ahaggar e gli altri popoli tuareg dal punto di vista culturale costituiscono un gruppo relativamente omogeneo.

Alti e longinei, i Tuareg hanno dei bei lineamenti e le donne portano lunghi capelli ondulati.

c-599-b la cerimonia si svolge di notte in una tenda fuori dall'accampamento. Spesso gli uomini giungono da lontano e sono accaldati per il viaggio, mentre le donne sono fresche e rilassate. Gli uomini danno il via a una disputa verbale. Tra sguardi e parole sussurrate, uomini e donne si corteggiano. Quando le luci si spengono, quelli che hanno fatto amicizia si scambiano dei segnali e, terminato l'ahal, le coppie escono nella notte.

Le donne elargiscono i loro favori con generosità; offrono sempre liberamente il loro amore se gli uomini hanno rispettato le regole dell'arte del corteggiamento. I litigi fra uomini per gelosia sono motivo di disapprovazione. Se un uomo è surclassato da un rivale si aspetta da lui un piccolo dono riparatore. Se il fortunato non si attiene alla regola, vuol dire che non ha preso sul serio il corteggiamento e la donna gli volta le spalle per elargire i suoi favori all'altro. Litigare in presenza delle donne è considerato maleducazione.

Tutte le arti associate all'ahal, come l'antico imzad, la musica e la poesia, sono di pertinenza esclusiva delle donne. La nobile targhia presiede all'arte e alla cultura è famosa per la sua poesia e la sua musica e considera praticare queste arti un dovere verso la propria cultura. I giovani bruciano dal desiderio di senire suonare l'imzad dalle ragazze e i mariti desiderano intensamente che lo facciano le loro mogli.

602 ****** 2-18.2 602 0 Il potere sociale ed economico presso i Tuareg
c-602-b Sotto la pressione dell'Islam altri popoli tuareg hanno adottato la patrilinearità; esistono tuttavia molte prove che dimostrano la tenuta della matrilinearità fino a tempi abbastanzare recenti. È la discendenza in linea femminile che consente alle donne di creare le "TENDE", o clan; la matrilinearità è anche alla base del grande rispetto in cui sono tenute le antenate. Tutto questo fa delle donne l'asse portante della società.

I Tuareg inoltre non praticano la poliginia, così diffusa presso altre culture africane, ma vivono in modo monogamico. Non si tratta tuttavia di una monogamia che dura tutta la vita: la targhia, che sceglie i suoi partner, può sciogliere il legame di matrimonio in qualsiasi momento e prendere come marito un altro uomo. Le donne traggono ....

c-603-b .... liberamente vantaggio da questa pratica, da cui deriva la fama di permissività dei Tuareg.

Rispetto ad altre culture africane il matrimonio formale arriva tardi nella vita, verso i 25-30 anni per le donne e i 30-35 per gli uomini. Non ci sono particolari motivi per sposarsi prima, visto che nell'ahal sia le ragazze che i ragazzi godono di grande libertà sessuale. Alla verginità non viene dato particolare valore. Una donna, comunque, è molto rispettata se ha molti ammiratori e se concede i suoi favori a quanti più uomini possibile. È considerato di cattivo gusto concedersi solo a una persona.

Il secondo fattore che contribuisce a rafforzare la posizione della donna è la totale matrilocalità. I Tuareg dell'Ahaggar, i più conservatori tra i Tuareg, hanno perpetuato questa istituzione. I loro bambini rimangono nell'accampamento della madre, le figlie adulte non lo lasciano mai, mentre i figli praticano il matrimonio endogamico al l'interno del loro stesso matriclan. Per gli Ahaggar la miglior unione non è il matrimonio incrociato tra cugini (che abbiamo descritto in precedenza), ma quello tra cugini di primo grado (paralleli): il matrimonio con la figlia della sorella della madre. Questa usanza è molto antica e implica che né le figlie né i figli abbandonino l'accampamento della madre per vivere in un altro clan, dato che si sposano sempre nel loro.

c-605-b Il terzo fattore, molto importante, della forza delle donne tuareg è la loro indipendenza economica, che comincia con il primo matrimonio, al contrario della società occidentale, dove di solito la dipendenza economica della donna inizia quando si sposa. La donna tuareg riceve un dono di nozze di cui solo lei può disporre. Non verrà mai reso, neppure in caso di divorzio, a differenza di una dote. Per una sposa di origine nobile, un tempo consisteva solitamente in sette cammelli; poi si passò da uno a tre; la sposa comune riceve 25-30 capre al posto di un cammello. Il clan poi aumenta il gregge di qualche altra capra e di alcuni asini da soma, con tanto di selle per i carichi. Le donne del suo clan le forniscono inoltre un'ampia tenda completa di tutti gli accessori, che fabbricano loro stesse: tappeti, pedane e coperte, cassapanche di legno, scodelle e tazze, vasellame di terracotta per cucinare, piatti e recipienti, e grandi borse in pelle lavorata. Tutto questo appartiene esclusivamente alla donna e la mette in grado di condurre un'esistenza completamente indipendente.

Le capre sono alla base dell'economia: da loro dipende la sopravivenza di questi allevatori nomadi. Della capra si usa tutto. Le donne tuareg bevono il suo latte, oppure lo trasformano in burro e formaggio; si mangia la sua carne, dal vello si ricavano vestiti, coperte tende e corde, e dalla pelle, selle e borse. Allevano anche le pecore e per i trasporti usano asino, il loro animale da soma. Nonostante ne bevano anche il latte, il cammello invece non è essenziale per la vita di tutti i giorni.

c-606-b Di conseguenza, nella società tuareg tradizionale l'intero accampamento, compreso il gregge e i cammelli, appartiene alle donne che essendo responsabili della vita del clan sono proprietarie dei beni da cui dipende la sopravvivenza. Ogni donna che possiede un focolare riceve in dono il latte appena munto. È la padrona della tenda che, seduta all'entrata, decide come verrà trasformato il latte e come sarà diviso tra i membri del clan. Ogni giorno fornisce il cibo ai componenti della famiglia: è lei la sostentatrice.

Lo stesso vale per i beni ottenuti dal commercio su lunga distanza in cui sono impegnati gli uomini: senza eccezione alCUNA, le merci vengono consegnate alle donne, che le conservano nelle loro tende e le distribuiscono secondo le necessità. Tutti questi criteri sono, nell'insieme, la dimostrazione che la società tuareg era totalmente matriarcale e che per certi versi lo è ancora.

c-609-b Fa parte piuttosto del loro codice d'onore nobiliare fornire alle donne del clan quanta più ricchezza possibile e devolvere generose elargizioni a chi non è nobile. A essere valorizzata non è tanto l'accumulazione dei beni quanto la loro circolazione come doni, e la cooperazione tra le persone. Tutto quello che viene consegnato agli uomini per le loro spedizioni commerciali appartiene inoltre alle donne, che non solo sono le proprietarie delle greggi, ma trasformano anche i prodotti di derivazione animale per renderli commerciabili. Quindi, dopo che le merci sono state vendute dagli uomini con il massimo del profitto, l'intero processo ritorna nelle mani delle donne. Gli uomini sono, in questo senso, gli agenti di commercio delle donne. Come ebbe a dire una targhia: "SONO IO CHE TI FACCIO LAVORARE, PERCIò TORNI DIRITTO DA ME. NON DOVRESTI CERCARE LA FELICITà PER CONTO TUO".

Come si può ben capire, le donne tuareg non solo sono economicamente indipendenti, ma controllano, di fatto, anche l'intero flusso delle merci. Questo significa che oltre a detenere il potere sociale, controllano anche anche quello economico. Per gli uomini non è un problema accettare come dato di fatto che le donne, in quanto garanti della vita del clan e di tutta la società, garantiscano questo potere per il bene di tutti.

c-610-b Le donne tuareg hanno inoltre un forte senso di solidarietà tra loro, e questo influenza gli uomini. È una solidarietà che oltrepassai confini del clan e della tribù e che non può essere intaccata dalle lotte tra uomini. Le donne alimentano il sentimento di appartenenza alla cultura tuareg perché sono loro a custodire il linguaggio, la cultura e lo stile di vita. Si tengono sempre fuori, anzi al di sopra, delle faide tribali. Nessun vincitore oserebbe infrangere le leggi che proteggono le donne; se lo facesse, loro non vorrebbero mai più avere a che fare con lui. Nelle tende le donne sconfiggono il caldo torrido, il freddo e le tempeste di sabbia; nelle tende proteggono i bambini, che sono il futuro del loro popolo. Solo se l'esistenza delle donne è sicura, la società può sopravvivere: sono loro il fulcro della società. Gli uomini tuareg sanno qual è il loro compito in questo contesto, e con i loro sforzi fanno in modo che i beni nelle mani delle donne possano dare i loro frutti. Come recita un proverbio tuareg "SENZA LE DONNE NON C'è PROSPERITà, E SENZA GLI UOMINI NON CI SONO DONNE PROSPEROSE".

613 ****** 2-18.3 613 0 L'organizzazione politica dei Tuareg
c-613-b Nei tempi di crisi, la regina poteva anche diventare una condottiera e proteggere a spada tratta il suo popolo. Queste regine guerriere misero in atto una resistenza implacabile contro l'invasione araba del territorio berbero: consumata stratega, la celebre Kahina, regina berbera delle montagne dell'Atlas, combatté per la libertà dell'alleanza berbera, che lei stessa aveva formato. Più tardi la potente regina Satawnata fece lo stesso. Si mise alla guida di un grande esercito contro gli arabi ed espanse il suo regno fino a Marrakech. Entrambe le regine furono sconfitte solo dopo anni di resistenza. Ancora nel 1917 troviamo una donna politicamente potente, la poeta Dassine oult Ihemma, cugina dell'amenukal degli Ahaggar. Le sue performance musicali erano molto apprezzate e sedeva nel consiglio dei guerrieri, che l'ascoltavano con grande attenzione. Giocò un ruolo decisivo nel raggiungimento della pace tra gli Ahaggar ei francesi.

614 ****** 2-18.4 614 0 La storia: l'esodo nel deserto
c-614-b Quando, sotto varie forme, il patriarcato si insinuò nel territorio nordafricano e cominciò a rappresentare una minaccia costante, quelle società furono costrette a sviluppare la loro abilità guerriera.

I Libici sono meglio conosciuti per i resoconti degli storici egizi, che li descrivono impegnati per millenni in battaglie contro i faraoni patriarcali. Gli Egiziani avevano usurpato i loro territori nel delta del Nilo e nell'oasi di Fayum, spingendoli nel deserto libico. Combatterono per generazioni, non sempre con successo, per riprendersi le loro terre originarie e i loro luoghi sacri. Anche gli Isebeten sono uno dei popoli libici; i sopravvissuti fuggirono nel deserto quando furono sconfitti nel 450 a.C. dal faraone egizio Ramsete II. La loro antenata e regina madre fondatrice è Esebet, da cui gli Isebeten prendono il nome. Erano sia coltivatori che allevatori praticavano una forma di economia mista basata sulla coltivazione delle oasi e sull'allevamento nomade delle capre, integrata dalla caccia all'asino selvatico e altri animali.

622 ****** 2-18.5 622 0 L’antica religione berbera
c-622-b Tre anni dopo gli arabi tornarono, ma ne impiegarono altri quattro per volgere a loro favore i dissensi e le divisioni tra i Berberi e far cadere gradatamente Kahrina. Con la sua sconfitta e la sua morte nel 701 fu eliminata la resistenza berbera e prese il via l'islamizzazione dei Berberi dell'Atlas. Questi, a loro volta, misero in atto una resistenza passiva che durò secoli e che li protesse efficacemente dal mondo esterno, facendo guadagnare loro la reputazione di "INGOVERNABILI".

Alla fine anche loro furono però islamizzati e patriarcalizzati: la legge che consentiva di ereditare in linea paterna, e la totale cancellazione della trasmissione dei beni in linea femminile, divennero uffciali nel 1748. Le mogli vivono all'interno o vicino al clan del marito, servono la suocera e, in caso di divorzio, sono obbligate a rinunciare ai loro bambini. Tuttavia ci sono prove evidenti che in tutte le culture berbere, almeno fino all'introduzione della patrilinearità, relativamente recente, l'organizzazione della famiglia e del clan veniva stabilita in linea materna.

Oggi i Berberi dell'Atlas sono dei rigorosi mussulmani sciti, anche se questo vale solo per gli uomini: sono quelli che intorno ai loro villaggi e alle loro donne costruiscono mura impenetrabili. Dietro queste pareti, il mondo delle donne appare diverso: all'interno delle case godono di un grande rispetto da parte dei loro uomini. Le donne controllano la distribuzione del cibo e degli altri alimenti che gli uomini portano dai campi. Custodiscono inoltre la cultura, poiché mantengono e proteggono rigorosamente l'antica lingua berbera e l'arcaica religione, che chiamano magia. Tutto ciò si è protratto fino ai nostri giorni: le grandi migrazioni verso le città sono iniziate solo nel 1939 e a partire dal 1950 la società tradizionale ha subito un parziale collasso a causa dell'emigrazione. ...

c-623-b La ricerca condotta sia dai ricercatori non indigeni che da quelli nativi ha comunque fatto luce sull'antica religione condivisa dai Berberi tradizionali. Nelle loro credenze ogni cosa e ogni azione trova posto all'interno di un complesso contesto simbolico. I Berberi non hanno bisogno di sacerdoti particolari, perché ogni donna è la sacerdotessa dei riti famigliari e ogni uomo celebra gli antichi rituali agricoli (ai quali anche le donne partecipano). In Africa succede spesso che gli uomini diventino formalmente mussulmani, mentre le donne rimangono pagane e continuano a praticare le loro antiche religioni, e questo vale anche per i Berberi dell'Atlas. Vivono nella sacra cornice temporale dei festival, dove le regole sociali dell'Islam che governano l'amore e la morte vengono sobriamente trasgredite; il tempo profano è quello dei divieti sociali. Nel tempo sacro sono praticati e tramandati i culti tradizionali delle donne, che riescono così a mantenere un certo grado di autonomia religiosa. Pregano gli spiriti della natura, cui spesso si rivolgono prendendo a prestito nomi islamici. Montagne, caverne, colline, fonti, alberi, ma soprattutto le numerose tombe della cultura megalitica del Neolitico sono ritenuti abitate dagli spiriti. È vietato insultare gli spiriti e profanare posti speciali, perché altrimenti potrebbero portare disgrazie. Col tempo, sono stati trasformati in santi dell'Islam e a praticarne il culto sono le donne.

c-630-b I rituali vengono svolti in caso di possessione da parte di un kel essuf, o spirito del male: la solitudine che si prova vivendo nel deserto, oppure l'insorgere di conflitti sociali, possono scatenare sentimenti di perdita e desolazione. Il rituale avviene di notte, formando un circolo di donne intorno alla persona posseduta, che siede al centro e danza, muovendo solo testa e la parte alta del tronco. Le guaritrici sono le donne del coro; suonano il tamburo e cantano, cercando di entrare in contatto con l'anima della paziente, in modo da farla uscire dalla prostrazione. Solo le donne hanno dimestichezza con questa pratica, e imparano i testi dei canti di possessione che, essendo di carattere sacro, contengono una conoscenza cosmologica legata alle piante medicinali. Il clero mussulmano e i nobili tuareg condividono l'orrore per questo rituale. Sempre seguito da calorose discussioni che portano allo scoperto il conflitto sociale. Le donne delle tribù vassalle vedono invece il rito di possessione come una forma estetica di arte, proprio come l'ahal lo è per le nobildonne; entrambe le tradizioni sono molto antiche.

703 ****** 7----- 703 0 INDICE
c-703-b
  1 0-00.0   TITOLO
  5 0-00.1   RINGRAZIAMENTI
  7 0-00.2   UNA PAROLA SUL MATRIARCATO
  9 0-00.3   INTRODUZIONE GENERALE: FILOSOFIA E METODOLOGIA DEGLI STUDI MATRIARCALI MODERNI
 39 0-01.0   CAPITOLO 1 - STORIA CRITICA DEL PENSIERO SUL MATRIARCATO
 41 0-01.1   I pionieri
 46 0-01.2   Il dibattito marxista
 52 0-01.3   Gli studi etno-antropologici
 58 0-01.4   La preistoria
 63 0-01.5   Gli strudi religiosi
 69 0-01.6   Lo studio delle tradizioni orali
 75 0-01.7   Gli studi archeologici 
 85 0-01.8   Gli studi matriarcali indigeni e femministi
 90 0-01.8.1 La politica degli Studi Matriarcali moderni oggi 
 95 1-----   PARTE I LE SOCIETA MATRIARCALI INDIGENE DELL'ASLA ORIENTALE, DELL'INDONESIA  E DELL'OCEANIA 
 97 1-02.0   CAPITOLO 2 IL MATRIARCATO DELL'INDIA NORDORIENTALE 
 97 1-02.1   I Khasi: il paese e il popolo 
100 1-02.2   La struttura sociale
106 1-02.3   I modelli politici 
110 1-02.4   Credenze e Cerimonie Sacre 
120 1-02.5   La situazione attuale 
123 1-02.6   Per Comprendere la struttura delle società matriarcali 
127 1-03.0   CAPITOLO 3 – I CULTI MATRIARCALI DEL NEPAL 
127 1-03.1   I Newar della valle di Katmandu
130 1-03.2   Il culto della dea Kali 
135 1-03.3   Pashupatinath: il culto della morte e della vita 
142 1-03.4   Kumari, la dea vivente 
148 1-03.5   Per comprendere la struttura delle società matriarcali
151 1-04.0   CAPITOLO 4 - GLI ANTICHI REGNI DI REGINE E IL MATRIMONIO GRUPPO DI IN TIBET
151 1-04.1   Culture agricole e Pastorizie 
154 1-04.2   La religione bon 
160 1-04.3   I regni delle antiche regine tibetane 
162 1-04.4   La poliandria: un matrimonio di gruppo ben organizzato , 
172 1-04.5   Per Comprendere la struttura delle società matriarcali (Continua) 
175 1-05.0   CAPITOLO 5 – I POPOLI MATRIARCALI DELLE MONTAGNE DELLA CINA 
175 1-05.1   Le popolazioni indigene della Cina 
178 1-05.2   I Moso della Cina sudoccidentale 
189 1-05.3   I Chiang della Cina nordoccidentale 
193 1-05.4   Gli Yao, i Miao e gli altri popoli indigeni 
198 1-05.5   I popoli di cultura yue della Cina sudorientale , 
205 1-05.6   Per comprendere la struttura delle società matriarcal (continua) 
209 1-06.0   CAPITOLO 6 – LE SCLAMANE DELLA COREA 
209 1-06.1   Le culture megalitiche dell'Asia orientale e delle coste del Pacifico 
211 1-06.2   Le donne nella storia della Corea 
216 1-06.3   Le sciamane di oggi 
222 1-06.4   Per comprendere la struttura delle Società matriarcali (continua) 
225 1-07.0   CAPITOLO 7 – LE ISOLE DEL GIAPPONE: LE CULTURE DELLE DONNE DEL SUD E DEL NORD 
225 1-07.1   La religione Scintoista del Giappone 
228 1-07.2   La sorella e il fratello nelle isole Ryukyu 
233 1-07.3   La mitologia matriarcale 
238 1-07.4   Gli AINU del Giappone del Nord 
244 1-07.5   La visione paleolitica del mondo
248 1-07.6   Per comprendere la strutture delle società matriarcali (continua) 
251 1-08.0   CAPITOLO 8 — "ALAM MINANGKABAU": IL MONDO DEI MINANGKABAU DELL'INDONESIA 
251 1-08.1   I modelli culturali matriarcali dell'Indonesia 
253 1-08.2   L'ordine sociale e la cultura MINANGKABAU 
261 1-08.3   Il darek e il rantau: due modi per tener lontano il patriarcato 
266 1-08.4   Per comprendere la struttura delle società matriarcali (continua) 
269 1-09.0   CAPITOLO 9 - I MODELLI MATRIARCALI DELLA MELANESIA 
269 1-09.1   Gli abitanti delle Trobriand. 
274 1-09.2   I bambini-antenati della Società delle isole Trobriand 
278 1-09.3   L'anello del kula e la funzione del capo tribù nelle isole Trobrand 
282 1-09.4   Per comprendere la struttura delle Società matriarcal(continua) 
285 1-10.0   CAPITOLO 10 – LE CULTURE DELL'OCEANO PACIFICO 
285 1-10.1   Una storia di navi, di stelle e di pietre 
292 1-10.2   Le donne nella società polinesiana 
294 1-10.3   Il clan di Pele 
299 1-10.4   I capi guerrieri dell'Oceania 
307 1-10.5   Per comprendere la struttura delle società matriarcali (continua) 
309 2-----   PARTE II - LE SOCIETÀ MATRIARCALI INDIGENE DELLE AMERICHE, DELL'INDIA E DELL'AFRICA 
311 2-11.0   CAPITOLO 11 - LE CULTURE MATRIARCALI DEL SUDAMERICA 
311 2-11.1   Gli ARUACHI 
328 2-11.2   Le Amazzoni del Rio delle Amazzoni 
338 2-11.3   Le rotte marittime per il Sud America 
347 2-11.4   Per comprendere la struttura delle società matriarca (continua)
349 2-12.0   CAPITOLO 12 LA DIFFUSIONE DEL MATRIARCATO IN AMERICA
349 2-12.1   I CUNA, il popolo dorato
358 2-12.2   Le credenze e la cerimonia religiosa dei CUNA 
366 2-12.3   Le meravigliose e potenti donne di Juchitán 
375 2-12.4   Il ciclo di vita delle donne juchiteche
383 2-12.5   Per comprendere la struttura delle società matriarcali (continua)
387 2-13.0   CAPITOLO 13 – IL NORDAMERICA: I POPOLI MATRIARCALI CHE MIGRARONO DAL SUD 
387 2-13.1   Gli HOPI, il popolo della pace 
399 2-13.2   Le feste del ciclo della vita e le cerimonie agricole 
410 2-13.3   Le divinità e la mitologia PUEBLO 
420 2-13.4   Per comprendere la struttura delle società matriarca (continua)
423 2-14.0   CAPITOLO 14 - L'AMERICA DEL NORD: CROCEVIA DI CULTURE DEL SUD E DEL NORD 
423 2-14.1   La storia degli Irochesi
429 2-14.2   La nascita della Confederazione Irochese
436 2-14.3   La Costituzione e le strutture politiche 
441 2-14.4   La società irochese
447 2-14.5   L'economia irochese
450 2-14.6   Le società di medicina e la mitologia irochese
462 2-14.7   Per comprendere la struttura delle Società matriarcali (continua) 
467 2-15.0   CAPITOLO 15 - MATRIARCATO DELL'INDIA DEL SUD 
467 2-15.1   Il matriarcato all'interno del sistema di casta 
472 2-15.2   Le donne e gli uomini NAYAR 
479 2-15.3   I NAYAR i Pulayan e Parayan 
483 2-15.4   L'organizzazione sociale dei NAYAR 
488 2-15.5   I festival e la religione NAYAR 
495 2-15.6   Il patriarcato dei bramini e il matriarcato dei NAYAR: una relazione complessa 
504 2-15.7   Il crollo delle strutture matriarcali NAYAR
507 2-15.8   I fuoricasta: gli ADIVASI e i Rom-Sinti
513 2-15.9   Per comprendere la struttura delle Società matriarcali (continua)
515 2-16.0   CAPITOLO 16 - L'ANTICO MATRIARCATO DELL'AFRICA CENTRALE 
515 2-16.1   I Bantu 
520 2-16.2   Le indomabili donne BEMBA
526 2-16.3   La religione dei BEMBA 
535 2-16.4   La doppia organizzazione sociale dei LUAPULA 
542 2-16.5   I popoli di allevatori natriarcalie patriarca 
548 2-16.6   Per comprendere la struttura delle società matriarcali (continua)
551 2-17.0   CAPITOLO 17 I REGNI MATRIARCALI DELLE REGINE DELL'AFRICA OCCIDENTALE 
552 2-17.1   La storia degli AKAN
557 2-17.2   La regina madre e la prima forma dei regni AKAN
563 2-17.3   I re matriarcali AKAN
569 2-17.4   La religione AKAN e la funzione sacra della regina madre e del re
576 2-17.5   Lo sviluppo delle tendenze patriarcali nei regni AKAN
581 2-17.6   Gli Ashanti
585 2-17.7   L'estensione dei regni delle regine matriarcali nell'Africa subsahariana 
593 2-17.8   Per comprendere la struttura delle società matriarcali (continua)
595 2-18.0   CAPITOLO 18 - LE POPOLAZIONI PASTORIZIE MATRIARCAL DELLAFRICA DEL NORD
595 2-18.1   La targhia: la signora della tenda 
602 2-18.2   Il potere sociale ed economico presso i Tuareg
610 2-18.3   L'organizzazione politica dei Tuareg
613 2-18.4   La storia: l'esodo nel deserto
621 2-18.5   L’antica religione berbera
632 2-18.6   Per comprendere la struttura delle società matriarcal (continua)
637 3-----   GLOSSARIO
657 4-----   ELENCO DELLE AUTORIZZAZIONI PER L'USO DELLE IMMAGINI
659 5-----   BIBLIOGRAFIA
701 6-----   NOTA BIOGRAFICA
703 7-----   INDICE